Se imprese, commercianti, artigiani (e settore pubblico) si affacciassero al web marketing da “guardoni” saprebbero come rispondere alle esigenze di un mercato che privilegia il cliente.


Nel 1939, più precisamente nel numero di Aprile, la rivista Reader’s Digest definiva la nostra una razza di guardoni [come dargli torto?]. Possiamo spiare nelle case degli altri, conoscerli e decidere di bussare alla loro porta, per poi vedere più a fondo l’intimo e il quotidiano, così, perché ormai funziona in questo  modo.

E questo è un dato. Tralasciando per un attimo la questione etica a riguardo che tanto mi preme, soffermiamoci sui risvolti positivi che il  “nuovo modo di comunicare le vite” ha prodotto, reinventando il mercato e il marketing. Alla luce di quello che oggi vediamo, il confine tra i due diventa molto sottile. Ed ecco che la comunicazione d’impresa diviene parte stessa del prodotto e del marchio e al contempo, l’impresa diviene essa stessa un volto e forse anche una “persona”.

Si pensa, si agisce e si produce non per i consumatori ma per ogni individuo presa nella sua singolarità. Perché la realtà digitale oggi lo consente: il mercato oggi può mostrare agli attori del sistema che i mezzi per inserirsi sono disponibili a tutti, le conoscenze per rendersi competitivo e innovativo anche, la velocità e la disponibilità delle informazioni e degli strumenti è forse la vittoria più grande prodotta dall’avvento del digitale e le imprese non possono che approfittarne. Le imprese possono svolgere autonomamente e grazie al web efficienti analisi di mercato, controllo della concorrenza, studiare il posizionamento e riposizionamento su settori commerciali, analizzare in fieri il grado di soddisfazione del cliente, senza intoppi e potendo corregere il tiro, immediatamente o, molto banalmente può prendere un appuntamento con un cliente con un app e sincronizzare con dispositivi  e indirizzi email l’agenda o ancora risparmiare in carta e stampa perché ci sono una quantità smisurata di tools che anche gratuitamente l’etere mette a disposizione del business. [Basta farsi un giretto sullo store di Google]. Non male questo web marketing vero?

Eppure c’è ancora chi resiste, chi da impresa continua a rifiutare il cambiamento, continua a rifiutare l’idea, ormai comprovata, che “se non esisti sul web” non hai scampo, non accetta minimamente l’assurda ipotesi che l’utente è il primo cliente. Eppure, ormai è assodato utilizzare sistemi digitalizzati per la gestione interna di un’azienda riduce i costi e ne aumenta la produttività (con le giuste competenze per metterle in atto). E nonostante questi riscontri continuiamo, in Italia, a vantare un trend negativo rispetto a tutti gli altri paesi membri. Un gap digitale che è causa e anche effetto di altri importanti dislivelli che ben conosciamo. Nel settore privato e in quello pubblico, anche dinnanzi un miglioramento rispetto agli anni precedenti, il 2015 s’è chiuso negativamente e da qui, la mossa di governi e amministrazioni i ridurre il divario che è prima culturale, poi infrastrutturale, ripercuotendosi sulla possibilità di un vero processo innovativo e dunque competitivo.

Leggevo su “Strategie per la crescita digitale 2014-2020” (Pres.Cons.Min.3-3-2015-Roma) che non vi è settore all’interno delle comunicazioni digitali nei quali l’Italia non sottolinei una posizione in netto ritardo; ragion per cui nell’agenda di programmazione, come si legge nel documento, mirano a volerne limitare i danni tentando una corsa pazza per un allineamento alle medie europee, convinti che la realtà digitale potrà servire da leva di trasformazione economica e sociale. 

Anche qui [hanno studiato bene] lo sanno:

  1. l’utente è al primo posto
  2. anche le pmi devono adeguarsi alla cultura digitale
  3. è opportuno che si investa nella giusta innovazione digitale
  4. perché significa ridurre i costi e il gap internazionale se vogliamo competere al pari degli altri ( o magari al di sopra).

 

Infatti non è da sottovalutare, aggiungono con una serie di tabelle e grafici e numeri e statistiche, che più del 50% della popolazione digitale è un utente regolare e che questi hanno un’età che varia tra i 16 e i 74 anni o che, nel 2014 il 20% degli acquisti in beni e servizi è stato prodotto dal web, o che l’obbligo della fatturazione online ha ridotto alcuni costi di gestione per il privato e migliorato il controllo del pubblico sulla genuinità delle imprese. Solo grazie alla cultura digitale. Certo i nostri sono dei numeri meno importanti (ma che importa tanto anche il PIL non è messo benino).

Da un’altra poi, non ricordo dove (in caso segnalatelo nei commenti)  leggevo che il 35% degli albergatori nel 2016 investirà di più in strategie ( e strumenti) digitali, questo perché i dati parlano chiaro:

  1. le prenotazioni oramai le fanno online
  2. il più delle volte da uno smartphone
  3. pagano con carte o con servizi web banking

 

Quindi, quando parliamo di web marketing non stiamo solo dicendo che

  1. devi possedere un sito aziendale bello, ben curato, soprattutto nei contenuti e aggiornato
  2. conoscere seo e web design, e analisi dei dati e dei risultati
  3. esser presente sui social con una strategia d’appeal e interagire con il tuo pubblico [e così via]

 

Quanto piuttosto  che un’impresa ha la possibilità di sfruttare la ricchezza che anni di web marketing in continua evoluzione hanno prodotto, modificando le caratteristiche e i bisogni del consumatore (che è co-produttore ), del mercato e del modo di comunicare. Che poi, sa che è l’emozione a pagare, i grandi Big, le multinazionali che conosciamo, ne fanno bandiera del loro business. Il bisogno (anche emotivo) dell’individuo è la chiave per comunicare il prodotto e il brand, ma la conoscenza e l’utilizzo degli strumenti digitali rappresentano porte e finestre.

Pubblici poteri e imprese private se ne stanno rendendo conto, anche le imprese si stanno muovendo (lentamente) verso un progresso in tal senso. Bandi, finanziamenti, normative…tutto lascia presagire che forse non siamo lontani ma nel frattempo vi lascio un paio di curiosità che ho letto su un articolo del Sole24ore per dimostrare quanti benefici trarrebbero le imprese [giusto per fare qualche esempio] se nel mercato si comportassero, come dicevo, da guardoni:

  1. Un terzo del fatturato aziendale può dipendere da web marketing (email marketing, direct marketing e ancora SMM, SEO e mobile app).
  2. Il modo di promozione tradizionale fattura in modo contenuto (fiere, passaparola) con l’innovazione digitale e il web marketing si passa al 30% dei ricavi totali.
  3. “Una volta posizionato sul mercato devi esser disposto a fluttuare” per adeguarti al cliente e devi essere visibile (online, sui motori di ricerca e offline). Il sito internet è importante: “È un investimento che la maggioranza delle Pmi ancora non comprende, ma è un lavoro di intelligence che può dare una prospettiva a tante aziende della subfornitura meccanica, plastica o tessile”.
  4. «Quest’anno ho fatto la mia prima assunzione via Linkedin – ha spiegato Andrea Giorgi, titolare della Giorgi Engineering di Milano (prodotti customizzati per impianti industriali, 35 addetti e 5,5 milioni di euro di fatturato) – ma fino a 6 mesi fa non usavamo nessuna leva di social media marketing. Oggi, tramite un temporary manager che ci segue, curiamo i contatti tramite email mirate, una newsletter, gestiamo il posizionamento con parole chiave. In questo modo abbiamo già staccato alcune migliaia di euro di contratti. Presto per fare un bilancio. Intanto – ha concluso Giorgi – ho assunto un dipendente selezionando il cv da Linkedin e investendo 150 euro anzichè 6mila in un recruiter professionale».

 

E non aggiungo altro.

[Crediti Foto Copertina]
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Laura Trapasso

Aspirante scrittrice cinica e puntigliosa, con il perenne blocco dello scrittore (dice lei). Con la sola imposizione delle dita è capace di dare luce ad argomenti nuovi, mai banali, e di renderli leggeri e adatti ad ogni lettore.

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