Cos’è la comunicazione? Cosa, i new media nel web nel marketing, insegnano a fare alle imprese?


Ovvero: come le nuove regole per comunicare richiedono la presenza delle imprese, chiedendo loro di raccontare storie ed esperienze da condividere con gli altri, in un ideale di realtà iperconnessa e iperreattiva.

Inizialmente il termine “comunicazione” veniva inteso e interpretato col significato di partecipazione alla notizia, grosso modo (riassumendo un concetto che non posso esprimere meglio di così). Uno dei primi utilizzi, con un’accezione a noi più comune, lo si può ritrovare nella Francia del XIV secolo, qui il significato gravita attorno al concetto di  “trasmissione di una quantità, di un’energia, un movimento… un mettere in comune, da parte di un soggetto, una sua proprietà, carica, privilegio, attribuzione al fine di diventare dote anche di altri. Da qui, il valore intrinseco di comunicazione come trasmissione di un pensiero, o anche diffusione di un pensiero, di un risultato o di una notizia”. [CHANTRAINE P., Dictionnaire étimologique de la langue grecque. Histoire des mots, KLINCKSIECK, Paris, 1968-1980, pp. 446,447]. Nella sua derivazione latina, il termine, richiama quasi allo stesso  modo il concetto di partecipazione alla cosa o ad una quantità, pur non mancando riferimenti ad un utilizzo più figurato  circa la trasmissione di un pensiero o di un sentimento. [Remo BRACCHI, Comunicazione (etimologia) in Franco LEVER. Pier cesare RIVOLTELLA, Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione di scienza e tecnica. 28/11/2015]

É proprio da questo riferimento etimologico che vorrei far partire la mia riflessione:

Perché, se il concetto che abbiamo di comunicazione rimarca questo importante ruolo (quasi sociale) che ha il “mettere in comune qualcosa“, invece, agendo nella logica del mercato, e con essa anche del marketing tradizionale e non, continuiamo a mandare messaggi confusi alle imprese?

In questo nostro concetto di comunicazione abbiamo brutalmente infilato il futuro stesso del tessuto imprenditoriale, il prodotto non basta, ed ecco l’immagine farsi veicolo del business, il prodotto diventa immagine e il produttore ha il potere di conoscere ogni più piccolo “desiderio” di un utente, in grado a sua volta, di personalizzare il suo consumismo. Le imprese non possono solo operare nel mercato perché per sopravvivere devono puntare alle emozioni, perché il pubblico vuole il suo spettacolo e perché condividere le esperienze, anche con la concorrenza, “fa figo”! Tutti con un ruolo, tutti con una fetta di mercato, una strategia e tutti con una storia da mettere in mostra.

La macro comunità digitale auspicata, i grandi network in grado di migliorare il vivere e il conoscere dell’essere umano, sono (purtroppo) e rimangono una lontana chimera. Team work, giardini di creativi, network e community sono solo virtuali che difficilmente trovano lo spazio e la voglia di condividere e dunque comunicare. (Di rivoluzionario non ho visto più nulla da msn in poi).

Evitando per una volta di parlare di messaggio, messaggero e messaggiante, proviamo a immaginare se la disciplina, per come oggi la stiamo trattando, venisse insegnata partendo dal ruolo morale e sociale che la comunicazione riveste. E poi da li, tutto.

Se con nuovi e vecchi media, gli specialisti della comunicazione e le imprese e i gli utenti, fossero chiamati ad agire come da regole dichiarate, la condivisione/comunicazione di cui parliamo dovrebbe avere un aspetto certamente differente da quello assunto fino ad ora?! Quali proprietà, quali privilegi, quali attribbuzioni, condividono con l’altro, sia esso il cliente o il concorrente? Quanto sono veritiere la storia, le competenze e le esperienze che attraverso il web marketing mostrano al mondo? Quali network di imprese e di know how ha prodotto il social networking veramente? Ci si riempie la bocca di sentimenti, di emozioni e amore, tanto da svuotarle di ogni più intimo e segreto significato, attribuendo loro un valore solo in termini di capacità di spingere qualcuno a “comprare” (o comprarci).

Nella mia visione di social networking e di new media e anche in quella delle imprese nel web marketing invece, la comunicazione non è cosa diversa o solo parzialmente rassomigliante alla condivisione. Ma è la stessa cosa. Tanto a livello semantico quanto nel senso pratico del termine, questo perché la mia presenza nel mondo è comprensibile solo se messa in relazione (positiva o negativa) con un altro e se riconosco che l’altro mi è reciprocamente necessario non avrò necessità di mostrarmi agli altri diverso da come sono, né di utilizzare strategie e manipolazioni (figuriamoci gli algoritmi).

Perché se la regola è : “il pubblico vuole chiarezza” e io, impresa del settore agroalimentare non dico che ho lo stabilimento nella Terra dei Fuochi allora non sono degno di potermi raccontare al mondo. E se un’altra regola è: “attrai la loro fiducia” non significa che devo mostrare loro come faccio il pane, ma che il panificatore che lavora per me viene retribuito come dignità comanda. E se un’altra regola ancora dovesse essere “per crescere è bene stare uniti” non vorrà dire che le scoperte e le innovazioni brevettate con avidità saranno solo un vanto e non un beneficio offerto anche agli altri. Perché queste cose hanno un altro termine a rappresentarle (di sicuro) ma di certo non sarà condivisione.

Finanche il codice civile quando parla di imprenditori lo fa in termini di genuinità e, sollevare una questione un po’ morale non vuol dire allargare l’interpretazione del concetto, ma rilevare la natura intrinseca che si cela dietro il fare impresa: lo si fa per un benessere comune, sempre e comunque; e se questa non è responsabilità cosa dovrebbe esserlo? Con il web marketing questa responsabilità non viene meno. Certo, con il web e i social possiamo fingere di essere chiunque, ma possiamo anche decidere di non farlo.

Quindi è vero che, in controtendenza con i miei colleghi blogger, non ho offerto voi nessun consiglio né risorsa ma vorrà pur dire qualcosa comunicare? E se siamo chiamati a guidare le imprese e gli utenti attraverso i suoi lunghi sviluppi, non dovremmo sforzarci di intendere la disciplina con più rigore intellettuale e morale? L’onestà e la trasparenza, come regola che imponiamo alle PMI per mostrarsi sul mercato perché devono essere solo apparenti?

[perdonate il pessimismo ma in Calabria non siamo mai riusciti ad abituarci al freddo inverno, incupisce.] [BRACCHI per definizione etimologica] [Crediti Foto Copertina]
Laura Trapasso

Aspirante scrittrice cinica e puntigliosa, con il perenne blocco dello scrittore (dice lei). Con la sola imposizione delle dita è capace di dare luce ad argomenti nuovi, mai banali, e di renderli leggeri e adatti ad ogni lettore.

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