Com’è che la comunicazione e il linguaggio propriamente inteso come suo sistema sono diventati pieni di un vuoto. Un vuoto che crediamo di riempire almeno tre volte a settimana sui nostri blog.

No, oggi il linguaggio non sarà semplice, sono un po’ stufa di dare per scontato che il lettore non sia in grado di capire un testo. Se non ne capisce il senso non lo leggerà, se al contrario sarà interessato al contenuto si sforzerà di capire e per una volta di utilizzare un intelletto di cui siamo forniti di serie. 

Perché sono arrabbiata? Colpa di Facebook. Almeno una volta al giorno sento dire: “Ah! quanto vorrei cancellarmi da facebook”. Sappiamo tutti perché, ma alla fine non ce la facciamo restiamo bloccati in un vortice che oramai prescinde dalla nostra volontà. E non ha svuotato solo la nostra reale socialità, ma anche il progresso personale e collettivo di una intelligenza non artificiale ma reale e sostanziale. (Alla faccia dell’alfabetizzazione)

Vuote caprette oscillanti tra un trend e un anti-trend che è poi sempre un trend.

E così come funziona su Facebook funziona su tutto il web.

Questo post è perciò apertamente rivolto a guru, fanta guru e aspiranti tali, a social cosi che fingono di non essere tali e a tutto quell’ammasso di prepotenti autoproclamatisi influencer, che come chi vince al Monopoly, pensa di avere voce in capitolo nella costruzione di un vero e proprio dibattito socio-culturale.

  1. Siamo davvero sicuri della reale portata creativa e innovativa che “noi esperti” del web crediamo di donare in questo processo di web-socializzazione forzata?
  2. Non è che per caso la più classica (quanto fallimentare e autoreferenziale) tara storica di un pensiero dominante occidentale ci ha un po’ offuscato la mente su quello che può e deve essere una ricerca dotta e sensata del fine della comunicazione?
  3. Possibile che sia solo io a vedere quanta gente si prenda troppo sul serio e insulta con un ECO profonda la sapienza preferendo piuttosto una BANDIERA frutto di un indecente centrifugato di idiozie senza alcun senso?

 

Esempio
Nei decaloghi per il miglior post di sempre, il fulcro è il contenuto. Ogni pagina web riporta con poca originalità elenchi puntanti di stronzate. Se il contenuto fosse davvero di qualità, sarebbe frutto di un paio di mesi di ricerca e di almeno una decina di testi a confronto. E il risultato sarebbe ancora una volta una ipotesi e non già una presunta verità oggettivata.

carmelobenesadeDetto ciò scomoderò il lungimirante e antipatico Carmelo Bene e i suoi limitatamente alla prima parte, relativa al Linguaggio , per tradurre in parole ancora meno chiare, se volete, quanto il nostro agire nel linguaggio sia violato da concentrici paradossi.

Paradossale sarà anche il mio dire, da quando ho iniziato sino alla conclusione del post, perché (seguendo il suo pensiero) ogni cosa detta sarà la negazione di sé stessa. Il Nulla appunto.

NON DICO NULLA

Mi veleggia, volteggia, l’esser frequentato dall’errore del vero come soffio asincrono della vita impensata. Ecco non dico niente, sto precisando in voce che non dico niente. Un non dico niente che, così risuona. Non dico niente. Soffio di vento, divento soffio. Importa solamente come suono, questo non dico niente. Anche se orale è niente, fuori da timbro e tono. Aria d’ascolto emessa da un pensato e logico senso? No. E perché nulla, nulla m’è consentito dire che non sia equivoca volontà intenzionale di questa mia identità.   

LA FINZIONE DELLA FORMA È RIFIUTO DELL’UMANO

(…) Ho discritto la voce con quella nostalgia che riserviamo alle cose che non sono mai state, da per sempre, mancate. Le cose queste, sole, indimenticabili nello sconcerto degli spettacoli oltre il senso, teatro senza spettacolo del senso, la ricerca impossibile. Come rigorosa impossibilità del trovare negli eventi di scena laddove si consuma il rifiuto dell’arte, inteso come rifiuto dell’umano, soprattutto il rifiuto dell’umano linguaggio nella sua eterna fucina della forma. Ebbene … ho descritto la voce dell’inorganico, dell’inanimato, dell’amorfo, del non resuscitato alla smorfia dell’arte, lasciandomi possedere dal linguaggio, e non disponendone, sì come è dato in quasi tutta l’espressiva cartolina del ‘900 poetico nostrano. (…) Siamo in quel che ci manca, da per sempre. 

PARLARE PER INCANTARE LA MORTE

Lo so, mi sa, che il nostro delirare in voce è un differire la morte, che non si muore appena abbiamo smesso di parlare, appena abbiamo smesso l’illusione d’esser nel discorso (…) È strarisaputo che il discorso non appartiene all’essere parlante. Lo so, mi sa, l‘essere è il nulla, dunque noi non ci apparteniamo, quando crediamo di essere noi a dire, siamo detti. (…) Questa mia voce è me attraverso un medium equivoco di un discorso altro dal presupposto, virgolettato mio discorso. Il dire è la messa in voce, altra da questo o da quel pensiero argomentato…Si può solo dire nulla, destinazione e destino di ogni discorso. Ma solo questo nulla è proprio solo quel che si dice: la verità del discorso intesa come esperienza stessa del suo errore. Non resta che lasciarsi comprendere dal discorso senza appunto la nostra volontà di intenzione. 

È IL NON ESSERCI CHE È INDISPENSABILE

Che miseria l’ostentazione risibile del così detto opinionismo nella straripante società dello spettacolo, delle zuffe tv, nelle tribune politiche elettorali, nei convegni accademici e nei sempre audivisivi intrattenimentacci dove ciascuno a turno è convinto di dire proprio la sua, peggio ancora si illude proprio di mentire, di fingere. (…) Nell’identità scoreggiona del teatro occidentale, patronale dal testo a monte, prosternati davanti alla morale del senso, alla strisciante servilissima venerazione dei ruoli, all’insolente psicologica della verità verbale coniugata alla più insulsa stucchevole frenesia del moto al luogo, alla rappresentazione insomma dei codici di stato, come se a tanta indecenza non provvedesse la virtualità della vita tout court. 

Non c’è soluzione, perché non basta soltanto non essere ignorantissimi, è non esserci che è indispensabile.

ORA SE IO DOVESSI IN QUALCHE MODO TRADURRE QUANTO FINORA DETTO NON SOLO AVREI CONFERMA DELLA MIA IPOTESI DI AVERE A CHE FARE CON DEI DECEREBRATI MA PEGGIOREREI LA MIA CONDIZIONE DI COLPEVOLE GHIGLIOTTINARA DEL TESTO DI BENE. SOLO PER “AMORE” DI GOOGLE.

Ogni punto è un’analogia (o anche no). Stavo parlando di linguaggio e comunicazione. Ho continuato a farlo. Ho parlato di teatro e spettacolo ma è chiaro che stessi riferendomi a quanto sopra.

Vaneggio? Devo temere un afflusso scarso di visite, non mi importa. Perché come voi, finalmente “ho detto la mia”. 

Consiglio vivamente a tutti la visione ma soprattutto la comprensione del video in oggetto perché per me ha significato la conferma nella percezione dell’odiosa socialità virtuale, almeno solo per un istante, prima di tornare a ragionare a come “fare soldi con il web”, su di voi potrà subire un altro e più stimolante pensiero

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