Social media: (im)piccioni viaggiatori della rete

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Social media: l’insopportabile posizione di chi li gestisce chiamato a censurarsi nel suo personale per difendere business altrui. Uno sfogo a due.

 

Tiro le somme della settimana lavorativa appena conclusa.

Un pò di relax ed ecco che la riflessione tra me e me prende forma e, una serie di sfoghi decidono di farsi strada e spalancarmi la bocca senza volontà. In men che non si dica ho dato fiato a quello che pensavo. Pierpaolo s’è sorbito invettive, critiche e concetti repressi durante la settimana, per sola mancanza di tempo.

Sono partita dall’inspiegabile successo e consenso che alcune notizie generano e l’evidente ipocrisia della mente umana.

ESEMPIO: Il saggio magistrato che mette in guardia le coppie sul pubblicare l’intimo vissuto dell’infante.

Ma dai? Che ovvietà sarà mai? Non guasta ripetere, come direbbero gli antichi. Però quale sarà mai la differenza con l’intimo vissuto personale? (Forse solo la libertà di scegliere)
Quale invece il metro di giudizio e perché tanto accanimento? In fin dei conti sono gli stessi alla ricerca spasmodica sul web di foto e video emozionanti, divertenti, con bimbi, animaletti, giochini (e chi più ne ha più ne metta) solo per strappare l’ennesimo: “Oh! Che cariinooooo!”

É proprio in questi momenti di riflessione che mi convinco che pensare con la propria testa non è per nulla una cosa scontata.

E lui:

cara Laura avvisa il sopracitato magistrato che invece di censurare si potrebbe magari, dico magari, iniziare ad insegnare alle persone come si usano i social media! Qui lo dico e qui non lo nego: sono a favore del rilascio di una “patente” per l’utilizzo dei social media! (un giorno, forse ti e vi spiegherò perché patente e non diploma o altro)

Poi, fino a che punto pubblicare questo proprio vissuto dà all’altro una sorta di legittimazione a giudicarci? Cos’è che fa credere all’altro di avere voce in capitolo? Fa parte del gioco “facebook” (et similia) aprire le “finestre” della propria casa e aspettarsi di ritrovarsi una persona affacciata che vi dice: “hey, ma come lo strizzi quello straccio?!”
Solo perché ho aperto la finestra permettendoti di vedere quello che faccio, non significa mi stia mettendo nelle tue mani.

E lui:

aspetta, mi hai appena rubato la metafora della finestra!!! Questo non è affatto corretto e per questo sappi che la pagherai cara anzi la paghi subito… non rispondo alla domanda!

C’è un limite a questa libertà di espressione? Di certo sui nostri social media, no.

Cose poco interessanti, per nulla interessanti, eppure non sono altro che quello che decidiamo di comunicare e di difendere, a spada tratta, con la nozione una nozione un po’ stiracchiata di  libertà di espressione. A me sembra più un: “a casa mia faccio quello che voglio! Censurarsi o non censurarsi? Contravvenire a comportamenti comuni (e condivisi) o distaccarsi, “comunicando” altro? Ben sapendo che quell’alternatività di pensiero, proprio perché diversa non solo non verrà compreso ma neanche preso in considerazione? Perché censurarsi e perché omologarsi? Farsi richiamare da chi pensa di aver ben compreso le regole del gioco, quello dei social, è davvero opportuno? Chi lavora con i social pensa di detenerne la chiave interpretativa e le radici dell’interazione che richiama. Ma fino a che punto può sentirsi chiamato in causa nelle dinamiche di “governo del sé” quale è il mondo dei social network?

Lui:

Scherzetto Laura! Risponderò qui anche alla domanda precedente, almeno credo…

A mio avviso un limite ci deve essere anche sui social! Faccio un esempio se posso, posso? Chi tace acconsente.

Sono iscritto a Facebook da diversi anni. Lo uso per diletto ma soprattutto per lavoro. Da bravo professionista del settore, perdonate il bravo, se potete, ho creato un profilo personale (diletto) ed una pagina (lavoro). Spesso e volentieri utilizzo Instagram dal quale posto anche su Facebook. Fino a qui tutto normale, direte voi, si ma aspettate non vi ho detto un piccolo particolare: io su Instagram uso molti, non tantissimi, hashtag che hanno a che fare, di solito, con il tema della foto appena scattata. Ecco qui nasce il problema, per alcuni. Queste persone cercano di consigliarmi e/o correggere questo mio modo di fare. Ed ecco che finalmente entra in gioco la sopracitata libertà di espressione e su questa vi dico il mio punto di vista. Partendo dal presupposto che questi hashtag vanno a finire sul mio profilo, sarò libero di utilizzare quest’ultimo come meglio credo rispettando la libertà degli altri? O devo vivere la mia vita mummificato da social media coso? (non me ne vogliano l’amica Brunella ed altri che mi hanno fatto notare tutto ciò anzi ho colto la palla al balzo per spiegarvi il mio parere sull’argomento. Peace and Love)

Come può, per chi si trova nella difficile situazione del social media manager, non divincolarsi quando si può da una comunicazione prettamente aziendale.

Come si può pretendere che le strategie di marketing e di comunicazione nei new media siano momentaneamente spente quando nel piccolo “governo del sé” decide di ritrovare un micro-spazio di leggerezza, libertà nello scrivere idiozie tanto quanto tutto il resto degli esseri umani.

Ci si aspetta di più da chi conosce le regole e le netiquette dei social media, ma non ci si può arrovellare per mantenere sempre in atto strutture di manipolazione (come quelle messe in atto per “far vendere al cliente”) , è del tutto legittimo cedere al potere della libertà di dire quel che si vuole come si può.

Sono solo parole, un post non incrinerà di certo la mia reputazione, un pensiero espresso male, con una foto poco attraente, un contenuto mediocre, non può inficiare anni di lavoro, né vanificare strategie di business per il semplice fatto che mi sto muovendo nell’intimo spazio del mio “orticello”, sul mio profilo che benché reso pubblico agli altri, rimane comunque il mio spazio.

Non puoi fare questo,  è meglio se scrivi quest’altro, ti conviene fare così…Bla, bla, bla.
E la libertà della quale parliamo sempre?

Il mio spazio sui social è solamente mio. Insindacabilmente. Ok le netiquette, ok la reputazione professionale (e personale) ma usiamo le strategie solo quando servono. Non ammantiamo di supposta superiorità un mondo costruito attorno al “marketing” più astuto (e bieco) che sia mai stato creato, senza accorgercene potremmo esser fagocitati con tutta la nostra spontaneità.

Non esageriamo, su! A prendersi troppo sul serio si finisce con l’irrigidire oltremodo rapporti umani, denaturalizzandoli e rendendoli superflui e non rilevanti.

Lo schermo mi interessa per il business, lo sguardo per una vita reale e sociale.

[Crediti Foto]

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