I social media hanno modificato la percezione e lo svolgimento delle vite private, del quotidiano e della socialità.


I social media o new media (per intendere tutto il processo di comunicazione) hanno rivoluzionato il nostro modo di vivere, pensare e agire. Ma come è possibile distinguere (ed eventualmente migliorare) gli aspetti negativi da quelli positivi? A quale prezzo il nostro quotidiano è entrato nell’era digitale?

Una delle percezioni collettivamente avvertite è che i social network e i social media agiscano da specchio di una società vasta, variegata, smarrita, confusa e in cerca di certezze; riscoperte ora, in seno ad un’immensa “gabbia di vetro” che ha interrotto definitivamente la linea di demarcazione tra consumismo e individualismo, asservendo finanche l’intimità alla logica del mercato e della sua promozionalità.

Non credo sia una forzatura interrogarsi sugli impatti che la tecnologia digitale ha sulle nostre vite. Non si va fuori tema se, oltre ad erudire il pubblico sui dieci modi per scrivere un post, decidiamo di soffermarci sulla responsabilità che abbiamo in tutto ciò. E se ti spaventa il post troppo lungo, non importa. Sopravviverò ugualmente! In fin dei conti è quello che facciamo ogni giorno “noi del web”, tante tantissime opinioni arbitrariamente oggettivate.  

Come già fatto, darò voce al mio disagio relativo ad una realtà forzatamente digitale, generatrice di contrasti, tensioni e paradossi. Le vite, le personalità, la conoscenza e spesso la coscienza dell’individuo o la percezione dell’umanità stessa, rispondono ad una contorta  logica di confusione globale prodotta dal repentino e anarchico passaggio da una vite analogica a una digitale.

Contraddizioni, dicevo, contrapposizioni, tensioni, tendenze e controtendenze che diventano tendenze, in un loop indefinito di automatismi e, poi ancora, moralizzazioni, informazioni moltiplicate e manipolate come si fa col pettegolezzo: ognuno aggiunge sempre qualcosa di suo e poi si finisce con il raccontare una storia di unicorni e mostri alati. Istigazione all’odio e inni all’amore incondizionato. Finanche i sentimenti reggono questo gioco di altalene e ponti tibetani. Colpa dei social, colpa della velocità della globalizzazione o della certezza di avere, in qualsiasi momento, in ogni luogo, la possibilità di ottenere quello che vogliamo senza chiedere scusa e permesso?

La facilità odierna insita nei rapporti umani è la medesima che abbiamo acquisito nel mercato, ma si traduce inevitabilmente in fragilità di valori, affetti e sentimenti, in nome di una tacita lotta individualista per sfamare una perenne insoddisfazione. Per rendersi individui necessitiamo di alterità, credendo di conoscere l’altro sbirciando il suo profilo social, siamo convinti che questa diversità ci basti per “costruirci”, ma non c’è nessun impegno, nessuna ricerca e alla prima difficoltà, effettuiamo un’altra ricerca. Tutto è  in mostra, in vetrina, finto, sintesi di un bisogno di mostrarsi per come vorremmo esser visti, e invece, dentro ci lasciamo divorare da un mondo (benché reso digitale, accessibile e innovativo) infiacchito dalla lotta, senza via d’uscita, per la pace e il benessere collettivo. E così, come il più famoso degli struzzi, preferiamo condividere un post sulla “solidarietà” nei confronti dei “deboli di turno” piuttosto che uscire a comprare un panino per il senzatetto che vediamo ogni mattina.

Tutto è “superficialità” e al contempo tutto viene preso così talmente sul serio che delle volte stento a credere a tanta idiozia idolatrata. La frivolezza non è un male, ma le masse che gridano allo scandalo, al massacro o all’indignazione sul web sono le stesse che non si smuovono di casa per ribellarsi alla costruzione di una centrale a biomasse sotto il loro naso. Questo continuo ignorare il contesto, i fatti e i dati è ingiustificabile (A.D.). Inammissibile che esistano ragazzini in grado di girare, editare e pubblicare video online,  incapaci però, anche di presentarsi, come etichetta comanda, ad un colloquio di lavoro.

Non ci siamo arrivati in un solo giorno, è stato un lungo processo di progressivo oblio delle coscienze e delle intelligenze, riconducibile alla comunicazione e all’informazione di massa, in nome del mercato e del capitale. Non sto inneggiando ad un passato nostalgico di sentimenti e socialità pura, ma a quello che potrebbe ancora essere, recuperando un po’ di noi stessi e di fiducia nel sentire umano.

Lavoriamo in un contesto (quello del marketing) che strumentalizza volutamente un’emozionalità, né genuina, né sincera, ma solo subdola macchinazione della fragile psiche dell’uomo. Il benessere a ogni costo, l’ostentazione del lusso o la divinazione dello Star System hanno creato una realtà ideale, quella cui ambisce l’uomo medio: quella dei film. Vedo relazioni sabotate dall’idea che si son fatti della coppia per colpa delle commedie romantiche made in USA, tra dialoghi improponibili ed eterni o plateali richieste di matrimonio. 

Esasperazione del privato, emarginazione del “collettivo”; insoddisfazione per una realtà fisica, ricerca di un ideale digitale, in un contesto economicamente, socialmente e culturalmente critico. Questo rappresenta la social vita 2.0 .

Quello che funziona per il marketing inizia a funzionare anche per l’uomo,  o viceversa, che ritrovandosi poi, schiavo di una “gabbia di cristalli” sotto l’occhio di tutti, volontariamente non si accorge di trovarsi circondato da personalità vuote, eserciti di scimmie lobotomizzate, tutti infelici ma tutti sorridenti, aperti a tutti con un clic… e poi, tutti colpevoli, tutti arroganti, supponenti, assassini.

Con questo delirio non voglio dimostrare nulla è uno sfogo da rigurgitare perché ogni giorno cresce la convinzione che mischiare la logica del mercato a quella delle relazioni sociali, senza dei freni delle regole condivise, stia irrimediabilmente danneggiando le capacità dell’uomo di comunicare, conoscere e interessarsi alle cose, di partecipare attivamente alla vita pubblica e rapportarsi all’altro per come mamma ci ha insegnato!

Paradossi insanabili: gli spazi sociali sono più ampi, raggiungibili e tutto è più comodo (almeno per alcuni fortunati ), velocità e innovazione sono le parole chiave di questo millennio, ma al tempo stesso parole come crisi, precarietà, disavanzo, immigrati e terrore sono all’ordine del giorno. (Cioè raga’, c’è gente che non sa usare un vocabolario cartaceo e sa mandare all’amico un video su whatsapp! E poi google da’ due milioni di risposte per ogni clic ma non ti fa mai un regalo se gli fai notare che gli hai donato tutto te stesso )

Il successo del new marketing o quello dei social media non è studiato sull’emozionalità dell’uomo, quanto sul bisogno dell’uomo di emozionarsi, e in questa “partita a scacchi” l’uomo si lascia prendere volentieri per i fondelli perché ha quello di cui ha bisogno, oggi e domani, e avrà sempre di più (se si comporta bene-bene, come vuole l’amico mercato!)

Tanto lo so che fra non molto un ragazzino mi farà sentire come io ho fatto sentire i vecchietti della mia vita, alla loro espressione: “Se lo ha detto la televisione, allora è vero!”.

Vite privàte, di cosa?

 

[Foto Copertina]
Iscriviti alla Newsletter

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.