Vento Velluto e Vitaliano le tre “V” di Catanzaro. Miti, leggende e usanze che, se saputi raccontare, potrebbero fare la differenza sui social network.

 

Diciamocelo, Catanzaro non è una città social, ma con qualche accortezza può anche migliorare, per creare quel senso di civiltà, comunità e comunione che tanto manca. Siamo affetti da una sorta di alzheimer collettivo sembriamo non avere memoria storica delle volte e così non è.

Ci sono blablatori di professione che così come spalancano la bocca giusto per dargli fiato agiscono sulle loro dirette estroflessioni digitali. E più che costruire qualcosa, contribuiscono a distruggere gli ultimi brandelli di “catanzarismo“. Forse, e dico forse, il famigerato vento che spira nella nostra città è dovuto proprio a certi soggetti che parlano e stra-parlano senza dire nulla. Anche la politica qui diventa diretta promanazione di un gossip istituzionalizzato che comunque non attira l’attenzione dei diretti interessati.

Perché Catanzaro non è una città social?

Perché nonostante tutto, nonostante la presenza di strumenti di collettivo utilizzo e dal potenziale veramente democratico, non siamo in grado di costruire un progetto di comunità realmente coesa, di lungo periodo, efficiente, collaborativa e, in grado di risolvere questioni che, fastidiosamente, avvelenano il vivere sociale?

Di cose da raccontare (e da fare) ce ne sono. I social network e i social media in generale possono ancora servire (nonostante la deriva lobotomizzante delle “web tendenze”) a semplificare una ricostruzione della memoria storica e del vivere sociale. 

Di gente interessante ce n’è, lo giuro, ne conosco buona parte. Di progetti degni di menzione, anche. Qual è il problema di fondo allora? Perché non è una città social?

La risposta è semplice e forse sempre la medesima quando si affronta la tematica del “grado di diffusione della comunicazione digitale“: i tessuti creati dalle community, pur richiamando un chiaro significante non generano “connessione”, non producono reti in grado di tradurre, al di là del PC, un progetto di crescita.

No strategia, no rete.

Anche in situazioni in cui i sentimenti sembrano essere imbrigliati in un senso di responsabilità civile e morale. Che so’ l’argomento pietoso di turno, il gattino scomparso della settimana, l’attenzione cessa di essere argomento centrale una volta che l’homepage avrà deciso che quell’argomento non rappresenta più una priorità, e alla stessa velocità con cui sbattiamo le palpebre, il problema è bello che sepolto. In quest’ottica il problema dipende anche dalle attuali attitudini dell’uomo di affrontare il mondo nel su dispiegarsi”.  E fermo restando questa innegabile issues dell’uomo post-moderno, non ci si può arrendere, non si può di certo negare la responsabilità che abbiamo nel creare un ambiente di certo meno cinico e annichilito. Un mondo migliore, per dirla in altri termini.

Inneggiamo al cambiamento, lo idolatriamo, ne parliamo… ma non sappiamo tradurre (per noia o incapacità) i desiderata in actio. 

Sfruttare le community sui social può essere una risposta? Sì, per creare legami solidi con interventi e partecipazione orientata al lungo periodo. I luoghi tradizionali, deputati alla costruzione e riproduzione di valori, come pilastri portanti della società, non funzionano (più) a dovere, ci si rifugia nei social, ma più che allargarsi all’altro ci si chiude in un individualismo sconfortante, si parla da pulpiti e i messaggi non producono alcun eco.
Si parla tanto, di nulla.

  1. Scuole
  2. Istituzioni (Enti pubblici e associazioni)
  3. Famiglie
  4. Gruppi e simili

 

Non solo non lavorano bene al loro interno, ma non comunicano con loro, non attraggono alcun seguito, non allargano le proprie basi. Non comunicano con il proprio target, non condividono nulla, hanno solo la percezione di un mondo che, cambiando, ci ha offerto strumenti che “servono” ma che non sappiamo usare bene fino in fondo, per gli scopi che ci si prefigge di volta in volta.

Fare rete è essenziale, è questo lo “spirito del tempo”, una comunicazione digitale in cui poter leggere chi siamo, chi è l’altro, come interagire con la diversità, con il nostro passato, con la nostra storia, come collaborare, come produrre, finalmente dal basso, una comunità di valore.

Un rete che costruisca un impero sull’incredibile potenziale che la MIA città possiede.

Come dicevo sopra di progetti ce ne sono, di persone qualificate … ma per una strana ragione quando organizziamo qualcosa (eventi, momenti di cultura, di partecipazione) tutto si svolge all’interno di gruppo più o meno piccolo di soggetti direttamente collegati tra loro, non si espande, non ne resta memoria, non si allargano quelle basi di cui sopra per far crescere il progetto. Un po’ come le telecamere di sorveglianza, che registrano, continuamente, giorno dopo giorno, sempre sullo stesso nastro, la mattina dopo, si ricomincia tutto da capo. Cancellando definitivamente tutto il resto. Non possiamo permettercelo, non ora, non con tutti questi strumenti che possediamo.

I social network sono un co.co.co una collaborazione continuativa e coordinata
per produrre cambiamento attraverso facebook e i suoi parenti serve ancora una volta:

  1. Strategia puntuale elaborata sull’ambiente e i soggetti che lo occupano
  2. Contenuto di qualità, non offensivo, coerente con la strategia, originale e d’appeal ( e per l’amor del cielo mai politicamente scorretto)
  3. Sostenitori ovunque, dal piccolo al grande pesce, servono tutti; a dirla tutta servono anche gli oppositori, da contrastare con una sana dialettica, per l’obiettivo più elevato che è il confronto reale.
  4. Fedeli. Non si tratta di una congrega religiosa ma l’importanza del gruppo cresce solo se chi lo frequenta si sente parte del tutto.
  5. Costanza nei lavori, nei dibattiti, nelle pubblicazioni. Senza mai annoiare, senza pressare i propri “adepti”.
  6. Partecipazione. Se la cosa funziona, il tutto “camperà di rendita”. Perché i fedeli faranno vivere la pagina, la web community, avrà vita propria e si evolverà naturalmente verso spiagge dorate. Con pochi sforzi.

 

Sì le regole sono sempre quelle. I decaloghi per fare social media marketing, per occuparsi di comunicazione digitale, i blog ne sono pieni. Ma è opportuno oggi più che mai tradurre tutto quell’ammasso di parole e concetti in pratica, una community senza comunità non può reggere a lungo.

Esempio:
Se mi sono preso la briga di creare la pagina “Ri-facciamo Catanzaro” mi devo assumere la responsabilità di creare una missione, una ragione, dei valori fondamentali (una policy della pagina non guasta). Una volta raccolta quanta più gente possibile, individuata quella che la pensa esattamente come me, chiedo il loro sostegno e supporto, loro conosceranno altra gente a loro volta (magari degli influencers). Potremmo discutere su un progetto per volta, creare un’associazione, contattare quelle già presenti che si occupano del medesimo argomento e quelle ad esso collegate. Organizzare uno o più incontri e promuovere eventi, interventi e sostituire in questo modo l’immobilismo di istituzioni che critichiamo ma non attacchiamo, mai.

Cerchiamo di rendere questo processo di digitalizzazione una risorsa per cambiare le cose. Smettiamola di criticare, senza produrre nient’altro. Anche Cartesio nei suoi concetti era un destruens, prima e un construens, dopo.

[crediti foto]

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