Partendo da una delle più inflazionate citazioni di Steve Jobs: “investire in tempo di crisi è come mettere le ali, mentre tutti cadono”, mi sono domandata quali siano le percezioni delle aziende sulla realtà che stiamo vivendo e cosa spinge le stesse a eliminare o, per lo meno ridurre, dal budget aziendale gli investimenti in pubblicità.

Quando si tratta di risparmiare si tende ad eliminare il superfluo. Sarebbe opportuno rivedere l’ordine delle priorità e le strategie collegate ad una pianificazione ottimale dei risultati sperati, prima di ghigliottinare quelle che da molti punti di vista sono considerate opportunità di business e non orpelli opzionali.

La pubblicità è il modo più efficace per vendere il prodotto, per promuoverlo e per crearsi uno spazio sul mercato.

Decidere di rimanerne fuori, perché comporta dei costi, è un modo di agire non redditizio. Un po’ come costruirsi un bunker di cartapesta durante un attacco nucleare. Un articolo riportava il calo degli investimenti delle PMI nel settore pubblicitario per l’anno 2012, definito a tal proposito annus horribilis; in tutto il territorio europeo, complessivamente la riduzione è pesata circa 8 miliardi di euro, registrando una diminuzione del 4,2%.
Per non farci mancare nulla e per mantenere alta la reputazione sui primati in negativo, la percentuale (una delle più alte) del nostro paese sale addirittura al 14,5% (spotweb.it).
Dei dati che mostrano in tutta evidenza che, nel pensiero comune, la pubblicità viene considerata una spesa da eliminare dal budget, per far fronte alla crisi.

Prima di proseguire oltre, ci tengo a sottolineare che, fermo restando, le evidenti ripercussioni sul mercato globale (dal 2009 a questa a parte) la crisi oggi si aggira più come un mostro a tre teste, in grado di spaventare anche l’eroe più impavido. Il termine ora gode di una vita propria e di un potere inimmaginabile, in grado di trattenere in uno stato di sudditanza psicologica quanto i mercati, quando i media che ne reinterpretano i segnali e i messaggi. Tutto ciò non solo crea sfiducia nel mercato e nei mercati, ma riproduce con palese prepotenza strategie di contrasto al “male supremo” non opportuni e soprattutto non efficaci.

[Tweet “La crisi c’è, si vede! La tua pubblicità invece no!”]

Il mercato è cambiato, e la globalizzazione ce lo dimostra con certezza. Il business è composto (a mio modestissimo parere) al 70%, non già di acqua, ma di “aria fritta”.
In altri termini solo con una massiccia presenza nel grande universo della comunicazione un prodotto esiste. Il brand lo riconosciamo perché qualcuno ce lo ha presentato. Prima di vederlo sullo scaffale del market era un’idea, un messaggio.

Tralasciando la presunta inutilità della pubblicità tradizionale (cartelloni lungo le strade, volantinaggio, spot televisivi…) per combattere la crisi e per creare una strategia di marketing di successo imprescindibile è la presenza sul web.

Perché?

  • Sempre più gente acquista da internet (1,8 miliardi della popolazione mondiale Internet World Stats 2010) o semplicemente si informa sul prodotto, ne confronta i prezzi, ne controlla la qualità sui forum dedicati, ricerca prodotti non disponibili sui mercati tradizionali. qualcosa che non riesce a reperire nell’immediato. In Europa è circa l’85% della popolazione che fa acquisti on line, in Italia più o meno si contano 30 mila utenti.
  • Nella stragrande maggioranza dei casi il prezzo è inferiore (certo non senza ripercussioni fortissime sul mercato del lavoro).
  • Si tratta di un’assoluta disponibilità immediata di prodotti o servizi difficilmente reperibili.

Investire in campagne pubblicitarie, purché gestite da un organico competente, formato e conscio degli strumenti adeguati da utilizzare, non può che rappresentare l’antidoto al virus del fallimento…
La risposta alla crisi è investire su internet. 

In base ad una ricerca commissionata da Google, Fattore Internet, The Boston Consulting Group ha affermato che in Italia, che la percentuale delle PMI attive sul web non supera il 25%.

Certo non basta possedere un sito internet, un blog e un account sulle piattaforme dei social media. E’ opportuno che la presenza su di essi sia veicolata coerentemente con l’attività svolta, secondo le policy che ne convengono, seguendo il dinamismo delle mutevoli tendenze…
E’ in pratica un lavoro che non può ammettere approssimativismo né incompetenza.
Organizzare e pianificare la presenza di una piccola media impresa sul web rappresenta una grande opportunità di business, ma solo con le idee chiare avrà i risultati sperati.
Per sopravvivere è dunque opportuno rivedere le strategie di marketing e farsi aiutare da chi se ne occupa. Perché se non si fa pubblicità a trarne vantaggio sarà unicamente il concorrente.

La tendenza, non più così attuale, è la massiccia presenza delle aziende sui social network che, è bene ricordarlo hanno da poco superato la pornografia sui motori di ricerca (scoop.it).

Chi se la sente, ancora, di assumersi la responsabilità di restare in trincea mentre, gli altri, la fuori, sgomitano per dividersi una visibilità globale in grado di generare profitti?

Crediti foto

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