Pubblicità sessista. Il cliente è sessualmente appagato?

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Basta poco per rendersene conto: all’aperto, sui social network, sulle pagine di un giornale, in TV. La pubblicità sessista è ovunque, ci sta letteralmente invadendo. Sesso è il tic del nuovo millennio. Sesso, sesso, sesso…

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… sesso, sesso, sesso… E basta! Va bene giocare sulla provocazione, lanciare sguardi ammiccanti e doppi sensi a metà strada tra il velato ed il palese, ma quand’è troppo è troppo. Ormai la pubblicità sessista è ovunque. Praticamente è più facile incontrare loro appena fuori dalla soglia di casa – anche dentro a dire la verità – che riuscire a trovare le chiavi di casa per aprire la porta. Come ogni cosa, per quanto piacevole possa inizialmente essere, alla lunga e soprattutto se estremizzata, diventa noiosa, asfissiante, al punto da generare un senso di prigionia. Una pastoia alla quale, purtroppo, è difficile sfuggire.

Il peggio del peggio è che, avendole provate tutte, la pubblicità sessista ha cessato da tempo di utilizzare i tradizionali contraccettivi, che in parole spicce sarebbero riferimenti velati, quella sorta di vedo-non-vedo che tanto “sconfiffera” ed esalta la libido, preferendo rapporti più diretti, privi di preliminari e ghirigori, divenendo spudoratamente espliciti. Sapete cosa significa? Che i riferimenti sessuali sono diventati tanto diffusi quanto i messaggi subliminali della Walt Disney, quelli che numerose teorie allarmiste hanno avuto la sorprendente capacità di trovare praticamente ovunque. Mi avete rovinato l’infanzia, grazie mille!

Il che significa, ulteriormente, che il sesso è un pungolo perenne, un argomento stuzzicante diventato ormai una costante universale dei rapporti relazionali tra esseri umani. Il mondo è universalmente impegnato in una sorta di orgia collettiva, tanto pericolosa quanto masochista. Un fallo dal quale anche i bambini, nella loro tenera innocenza, sono contagiati. Soprattutto loro, privi degli strumenti di selezione e codifica degli stimoli esterni, che osservano tutte le cose come fossero nuove. Peccato che ogni cosa – dalle sculture sull’erba ai manifesti sugli autobus – trasuda pubblicità sessista. Quali terribili effetti può avere tale esposizione diretta e continuata? Non oso immaginarlo, ché la cosa desta un timore allucinante.

Tutto si è ridotto ad una parola: SESSO. Anzi, ad una consonante inframezzata da due vocali. Semplicemente geniale nella sua capacità di essere diretta e immediata, foneticamente piacevole, casualmente ricca di quelle curve che tanto ci piace osservare, desiderare, accarezzare. «Ogni riferimento è puramente sessuale»: un’espressione che voglio coniare – è mia, vi frusto sul culetto altrimenti! – perché sono sicuro che un giorno diventerà lo slogan della nuova campagna di profilattici della Durex.

Ebbene cari miei, stiamo a scherzare su argomenti terribilmente seri. Tra l’altro, vorrei farvi notare l’impressionante facilità con cui ho riempito i buchi dell’articolo con numerosi riferimenti di pubblicità sessista. Abbiamo la testa satura di questi concetti, talmente piena che l’impulso di spiattellarli in ogni dove, per fare spazio a nuovi e più interessanti concetti. Peccato che bastano pochi secondi che già l’ennesimo riferimento sessuale ha la premura di riempire lo spazio rimasto vuoto. Seduti su una sedia, mani legate dietro la schiena, nudi, bendati e sudati, pronti a subire le più piacevoli torture. Ecco quello a cui ci siamo ridotti. Non resta che sperare di stancarsi del sesso, della parola e di tutto ciò che le gravita intorno. Dopo aver banalizzato il sesso ci renderemo conto – troppo tardi – di aver sperimentato una delle peggiori perdite dell’essere umano, dopo la fotografia analogica e la cucina della nonna.

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