Opera in due atti (o forse più) Titolo: Le elezioni si vincono se sai accogliere il consenso, ma te lo devi guadagnare.

Piano editoriale  e PierPaolo convergono nell’obiettivo di farmi scrivere, ancora una volta di comunicazione politica. (La scusa volevo). Il  bisogno è dettato un po’ dalla rabbia che proviamo dinnanzi le incapacità comunicative della classe politica. Intenti, programmi e azioni, viaggiano su un piano solo potenziale e forse solo ideologico, viaggiano nella memoria storica dei più nostalgici. In questa sede mi propongo di analizzare il contesto entro cui si muovono e le inefficienze, proponendo un paio di consigli per cambiar rotta, per avvicinarsi al pubblico (che poi è l’elettorato) destinatario del messaggio/campagna.

I fatti a cui la storia si ispira sono realmente accaduti e purtroppo continuano ad accadere, per correttezza e codardìa non citerò i nomi delle persone coinvolte né le loro fazioni politiche, ma sappiate che siamo circondati e non abbiamo vie di scampo. 

ATTO I Siamo in piazza, stand colorato e incravattati signorotti che hanno fatto il giro delle province per la campagna elettorale delle prossime regionali. I personaggi sono tutti in scena, confusamente si prendono a spallate, lo spazio è ampio ma loro stanno comunque stretti.
Elenco delle tappe, elenco di dati, elenco dei personaggi cattivi della storia e dei loro misfatti. Poi, ennesimo elenco dei soggetti che, al contrario, salveranno le sorti del regno incantato dal mostro alato che da anni terrorizza e immobilizza i sudditi, assuefatti da una qualche pozione magica.
La discussione è concitata ma incontrastata, nessuno sarà in grado di interrompere le gesta dell’eroe e tutti, in ginocchio, fanno reverenza e inchino a chi, ha saputo promettere la salvezza della loro progenie, in un modo o nell’altro.

ATTO II La location si sposta, ma non di molto (è una storia di intrecci e il più delle volte il groviglio non viene sciolto, nonostante l’arrivo di un acclamato deus ex machina di turno), siamo al chiuso, è una tavola rotonda, ma non vedo Re Artù, c’è solo il fedifrago Sir Lancillotto che tenta di spodestarlo, ma con il valore, la prodezza e la furbizia di chi sa toccare le corde giuste, sfruttando la debolezza e la stanchezza di chi ha, fino a quel momento, guidato il popolo lungo il difficile cammino del castello, ma gli invasori hanno ormai fatto razzìa di tutte le ricche bellezze del posto. Serve un condottiero forte e giovane. Re Artù non ce la fa più, è stanco e senza più sostenitori, gli altri cavalieri non ne possono più, esigono una nuova guida. E sono pronti, a sostenere Lancillotto se solo egli gliene darà l’opportunità.
Si discute del “che fare” ognuno dice la sua, ma seguendo sempre il furbo cospiratore. Solo una voce si alza dal coro, quella del coppiere, PierPaolo, che sottolineando le pecche del piano ed errori di calcolo dello stratega, si guadagnerà prima un paio di occhiatacce, poi inchini e salamelecchi per l’incredibile chiarezza nel delineare quali azioni, quali strategie e con quali strumenti mandare definitivamente Artù al mausoleo.

So che non avete idea di chi io stia parlando, ma con un po’ di immaginazione i personaggi potranno prendere la forma che volete voi. 

Basta con le divagazioni: 
Cosa ho visto e cosa avrei dovuto vedere:

Un unico programma, demagogicamente esposto, per una popolazione di quasi due milioni di abitanti. Ipotesi di intervento sulle più critiche questioni territoriali, trattate con superficiale attenzione e con omologa trattazione rispetto alle fazioni avversarie. Ho visto poi, il tentativo di avvicinarsi di nuovo alle piazze, alla gente, puntando però alla tradizione piuttosto che all’innovazione dei new media. Sondare e tastare le piazze fa bene, fa meglio, ma non può essere l’unica via per contattare gli elettori. Vetuste formule di comunicazione viziate anche da quel terribile accento alla calabrese e da una congenita distrazione a mantenere il filo del discorso. Sì è cosa grave, non è un esagerazione. In nessuno dei due casi siamo riusciti a individuare un comune denominatore in grado di illustrare i punti del programma, che quindi non s’è palesato. Nelle situazioni di discussione delle principali problematiche la popolazione è stata esclusa. Al meeting hanno partecipato solo ingegneri e architetti, come se la discussione dell’urbanistica fosse argomento appannaggio unicamente dei professionisti, perché sono loro che vivono la città, la abitano e la mettono in piedi!
La presenza della stampa (digitale e tradizionale) pressoché nulla. 
Lo sforzo c’è, si vede ma è altrettanto evidente che non hanno idea da dove partire per costruire una ricerca del consenso che coniughi nuove regole della comunicazione con esigenze politiche nelle varie fasi della campagna elettorale.
Ad esempio neanche le sezioni di partito, le segreterie sono accuratamente segnalate, come a farsi scudo, a nascondersi da potenziali interlocutori singolarmente presi.

Basta un poco di zucchero e la pillola va giù (n’è vero?)

In breve, avrei voluto vedere una “call to action” su tutti i media per raccogliere quanto più pubblico possibile.
Magari mediante l’organizzazione di un evento, una semplice riunione per discutere le esigenze del territorio (sondaggi e questionari annessi). O ancora una raccolta fondi per una qualche emergenza sociale, per settorializzare il dibattito e per abbracciare una causa di rilevanza comune. Un evento consente non di disperderti nella folla ma di organizzarla. Così come sarebbe utile organizzare, passo dopo passo, i propri sostenitori in piccoli gruppi, resi poi coesi dalla dirigenza e dai suoi militanti. Piuttosto che in piazza microfonati cravattai, avrei voluto vederli nelle università, tra i gruppi studenteschi, nelle aziende a fianco dei sindacati che li rappresentano, nelle sezioni delle associazioni (culturali, di minoranze, di gruppi a rischio di esclusione sociale) per suddividere il dibattito e i punti programmatici direttamente mediante il target da colpire. Rendendo dunque, specifico il dialogo e la raccolta di assensi da fasce definite dell’elettorato.

Questo significherebbe a mio avviso dare da un lato l’attenzione giusta al destinatario, facendolo sentire al centro dell’azione del candidato, è strategia ma è anche umile apertura al dialogo, poiché incide sui “singoli” o quasi. Più che un mix di interessi, una sintesi.  Sono contatti diretti, continuativi e coerenti con la propria ideologia, volti al dialogo costruttivo, frutto di  compromessi sulla base delle reciproche visioni.

Avrei voluto vedere questo e molto altro. Ma senza il supporto di comunicatori che continuano a confondere con gli uffici stampa.

Grazie per esser arrivati fino a fondo pagina, ha avuto il sopravvento l’estro sulla disciplina e ho sforato di qualche battuta.

Cosa avreste voluto vedere voi nei comizi in piazza?

[Tweet “”La politica è il governo dell’opinione.” Carlo Bini.”]

 

Crediti foto

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