Come rendere l’identità del cliente diversa dalle altre concorrenti, come fare storybranding? Una riflessione sulla “memoria di finzione” con Proust e Perec.

 

Cosa diventa il cliente per noi, una volta entrato in agenzia, perché ha varcato la soglia, cosa vorrà mai? Ah già certo rendersi più competitivo. Cosa posso offrirgli? Una costruzione identitaria differente, anzi no “una migliore”. No nemmeno, posso offrirgli la sua vera identità.

Ecco gliel’ho detto. E ora, come faccio? Quale storia racconterò, quale aspetto gli farò assumere, come devo raccontare al mondo chi è e cosa offre?

Quindi…

Come scrivere una storia? Come agisce l’ispirazione? Fino a che punto spingersi, inventando?

Qualcuno si limiterà a dire: “Siamo un’azienda, giovane, fresca e dinamica, il nostro personale ha un esperienza ventennale. (Non male come inizio. Già la prima bugia: “azienda giovane con esperienza ventennale”.)

NO così non va bene.

Quello che serve è una storia. Basta dare un occhio ai brand più importanti Apple sopra tutti, per rendersi conto di come il prodotto non serva. Parlano le emozioni e le storie che raccontano il brand; il prodotto non è che un accessorio come altri. Se funziona, un motivo ci sarà.

Ciò che ricordiamo di noi è quello che ci mette in forma, e ci rende oggi, quello che siamo stati ieri. La scrittura passa sempre dal vissuto personale e anche quando si scrive per il cliente mettiamo molto di noi stessi. Come evitare il rischio di rendere l’autore visibile e come rendere una sola e univoca identità (che di fatto non ci appartiene) ?

Basta esercitarsi. Ricordare, immaginare, raccontare e … creare dei filtri, necessari.

Troppo semplificato? Datemi solo un secondo.

Mi basta pensare a Marcel Proust, il pioniere dell’autobiografia camuffata (Cilento e Piedimonte, 2000), sì, del romanzo autobiografico (che c’è di nuovo in questo mi direte, nulla solo che ) in questo caso si tratta di esercizio voluto/consapevole, si sfrutta la memoria individuale per creare storie. Sarà il ricordo a ispirare.

George Perec (in Sono nato, 1992) parla di memoria di finzione.

Una storia, per lui non è altro che un ricordo provocato …”sono davanti alla mia scrivania, in un caffè, in un aeroporto o su un treno e cerco di ritrovare un avvenimento senza importanza, che sia banale, desueto, e che, nel momento in cui viene ricordato scatenerà qualcosa… L’esempio più preciso è quando si dava il biglietto del metrò al controllore perché lo bucasse. Nessuno ci faceva caso! Adesso se ne parla in un libro, fa parte della memoria… memoria di finzione, una memoria che avrebbe potuto appartenermi“.

Gli aspetti salienti che Perec evidenzia e che possono servire in questo duro lavoro di ri-costruzione  (forse quello più impegnativo per l’agenzia, perché rappresenta ciò da cui tutto avrà realmente inizio) attiene a

  1. Una quotidianità messa completamente a nudo
  2. Una ricerca degli aspetti personali resi così memorizzabili
  3. E infine memoria di finzione

 

Pinterest by hplyrikz.com
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Non si tratta di memoria emotiva, qui ricordiamo in relazione a dei cambiamenti, delle emozioni (positive e negative), quando si scrive per commissione, per qualcun altro, per un cliente il lavoro è differente si scrive cercando di trarre ispirazione dalle più significanti caratteristiche che questo possiede, immagini, particolari degni di nota, memorizzabili, appunto.

L’abilità risiede in questo: Inventare una storia di uno sconosciuto a partire da pochi elementi, percependo i tratti comuni con l’autore per non falsarne l’essenza. (Cilento e Piedimonte, 2000)

Molto banalmente se avessimo una fotografia che ritrae due sagome umane, su una barca, al tramonto, basterà un attimo e una storia non sarà difficile da raccontare, facendo appiglio ai propri ricordi per quel che attiene la descrizione delle emozioni che ad essa si possono collegare.

Breve parentesi:

Se i ricordi sono negativi, rievocarli produce una “memoria di finzione” che narra evadendo da una realtà che non soddisfa; sarà quindi più propenso a narrare vicende di “eroi, streghe e unicorni alati”, qualcosa di surreale, non veritiero, per rendere una storia appetibile.

Così funziona anche per i brand: per rendere il brand più attraente, se questo ha a che fare con un prodotto noioso o difficile da raccontare, o che gode di una cattiva reputazione, si preferirà addolcire il tutto con un tocco di lustrini, paillettes e insegne luminose.

Per tornare al discorso:

Una volta in possesso di una storia è bene non mettere molto di sé, la memoria esige esercizio, così come la scrittura, e per non falsare tutto il lavoro (creare una sola e univoca identità) dovrò utilizzare filtri senza scadere in una mera elencazione di esperienze fatte in passato.

E’ tutto un cenno, che non va raccontato va inscatolato nel pensiero di scrittura, non si deve rendere visibile.

Deve essere una spezia. Un ricordo è solo l’accordo sulla base del quale creare la struttura e la melodia del pezzo.

L’esercizio sta proprio qui, nell’incamerare ed alimentare un pensiero di creazione e rievocazione che sarà una guida, un’ispirazione e niente più.

  1. Solo in questo modo il brand racconterà il suo stare al mondo
  2. La sua quotidianità. la sia storia e il suo prodotto sono un tutt’uno con la storia
  3. Raccontarla significherà rendere memorabile la sua esistenza.
  4. E se piace ai “lettori-consumatori” significherà che la storia vale quanto il suo personaggio principale.

 

 [Crediti foto]

Laura Trapasso

Aspirante scrittrice cinica e puntigliosa, con il perenne blocco dello scrittore (dice lei). Con la sola imposizione delle dita è capace di dare luce ad argomenti nuovi, mai banali, e di renderli leggeri e adatti ad ogni lettore.

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