Madre mia! E che cos’è quel rettangolino ogni volta, sul video di youtube che sto per vedere?
Cos’è quel post sulla destra della home di facebook che continua a fare capolino?
Non temere è solo l’ennesimo strumento di web marketing, si tratta di “Native Advertising”… e ringrazia che non ti obblighino a cliccarci su per goderti il tuo contenuto web!

 

Come è facilmente intuibile abbiamo a che fare ancora una volta con inserzioni e messaggi pubblicitari ma, per la forma e la sostanza di cui sono composti, rappresentano degli strumenti estremamente efficaci e non molto dispendiosi.
In pillole:
E’ un inserzione pubblicitaria inserita da un utente/agente che propone, in relazione alla linea editoriale del sito web in questione, uno sponsor da affiancare con discrezione ai contenuti dello stesso.
Apparentemente presenta delle analogie con i noti pubbliredazionali, di norma composti da veri e propri messaggi promozionali come articoli editoriali su prodotti e servizi, tuttavia il native advertising è più un contenuto a margine che interviene sull’utilizzatore finale, come vera e propria pubblicità solo volontariamente.

Qui, la forza del messaggio pubblicitario non è data solo dalla quasi totale assenza di insistenza del messaggio e dunque dal tentativo proverbiale di “manipolazione del consumatore” ma dal fatto che la sua filosofia di fondo incarni il senso del mutato orientamento del marketing post-moderno, un cambio di strategie dinnanzi all’evidente disfatta del cosidetto interruption marketing.
Decidere di non rendere il messaggio per così dire intrusivo risponde infatti alla necessità di creare un rapporto di sostanziale fiducia e trasparenza tra brand e prosumer senza infastidire la fruizione dei suoi contenuti web a meno che non sia lui a volerlo. Trasparenza e lealtà, regnano.
E’ come lasciare in un angolino il messaggio pubblicitario in attesa che venga preso in considerazione.
Altro punto di forza è certamente dato dal fatto che la promozione provenga dall’esterno, come una sorta di recensione di un utente che valorizza la qualità di un bene un servizio o del brand stesso.

Esempi a noi più chiari sono i, volgarmente detti, banner di youtube, specificamente chiamati true view, o i promoted tweets di Twitter, appunto o ancora i promoted posts di Facebook. E’ facile individuare un native advertising quando si parla di sponsored content o di promoted content o ancora abranded content.

Si comportano come dei liquidi, se vogliamo, nel senso che il native adv, prende la forma del sito web che lo ospita, possono esser dei testi, dei video, slideshow e altri simili elementi di grafica, con lo specifico obiettivo di non rendersi intrusivo e fastidioso per la visione di insieme e per non disturbare quindi i lettore. Ed è per questo che devono essere realizzati e approvati dalle linee editoriali per mantenere una coerenza del messaggio e dello stile del sito web.

Se diamo per certo il dato che oltre il 98,8% dei banner pubblicitari tradizionali vengono ignorati (Alexis Caffreysu Memeburn) e che al contrario i native adv vengono cliccati e guardati nel 52% dei casi non può per questa ragione esser sottovalutato all’interno di quegli strumenti e strategie di promozione aziendale targati 2.0. (Tra le cose, non ricordo dove l’avevo letto, dall’anno 2012 a oggi la spesa di investimento delle aziende in native ad è cresciuta esponenzialmente e secondo le statistiche sembrerebbe un dato destinato ad aumentare, perché facile economica ed efficace).

Delle volte però, quando non posso “skippare” mi infastidisco e forse mi sarà capitato di cliccarci sopra, solo per sbaglio o per controllare il prezzo di qualche paio di scarpe veramente eccezionale… ma la tua opinione a riguardo?
Quanto efficace può essere il native ad per un’azienda?

(Per una lettura più approfondita controlla il primo documento ufficiale del native advertising, pubblicato il 4 novembre 2013).

Laura Trapasso

Aspirante scrittrice cinica e puntigliosa, con il perenne blocco dello scrittore (dice lei). Con la sola imposizione delle dita è capace di dare luce ad argomenti nuovi, mai banali, e di renderli leggeri e adatti ad ogni lettore.

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