Ciò che viene raccontato all’interno delle “storie” è davvero reale? È possibile raccontare un fallimento senza ripercussioni negative sul proprio personal branding? Lo storytelling è verità?

Lo storytelling, ovvero raccontare una storia.

È sempre di più questa la cifra “stilistica” (e sociale?) della vita sul web e non solo.

Nella sostanza, lo storytelling è una tecnica di comunicazione che consiste nel raccontare una storia per attirare l’attenzione di uno specifico pubblico, veicolare verso quel pubblico il messaggio che la storia vuole trasferire e stimolare un determinato desiderio nei lettori o spettatori, persuadendoli a compiere una precisa azione. In poche parole: si tratta di persuadere raccontando una storia.

Nato in ambito branding, per dare valore a un marchio e alla relativa attività, lo storytelling è diventato uno strumento democratico, a disposizione di tutti, grazie alle funzionalità messe a disposizione degli utenti da tutti i principali social network.

Si tratta di “una tecnica” che, in quanto tale, presuppone l’utilizzo di sovrastrutture della realtà.

Tale metodologia, inoltre, fa leva su una naturale predisposizione del cervello umano a dedicate attenzione alle storie. Basti pensare, infatti, che da millenni le storie rappresentano la principale forma di trasmissione della conoscenza tra gli uomini.

Le persone, fin dai tempi antichi, si lasciavano guidare nella vita prendendo spunto da racconti fantastici, tramandati oralmente dagli anziani del villaggio. Quelle storie erano cariche di indicazioni pratiche e morali: guidavano i comportamenti. Sono passati millenni da allora, ma lo storytelling ha ancora un forte potere sulla mente umana. Le storie ci affascinano, ci ispirano e, di conseguenza, ci spingono ad agire in un determinato modo.

Nell’era di internet anche le stories si sono digitalizzate. In principio fu Snapchat, che per primo ha dato ai propri utenti la possibilità di creare contenuti che durano solo 24 ore. Fu poi la volta di Whatsapp, Facebook e soprattutto Instagram.

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Dalle origini, le Stories ne hanno fatta di strada: 150 milioni di utenti attivi giornalieri, un autentico canale di comunicazione alternativo e diretto.

Instagram, il canale d’eccellenza di fruizione delle stories, registra un 60% di tempo trascorso dagli utenti nella fruizione di queste ultime rispetto al 40% di tempo trascorso scorrendo il feed normale.

Comunicazione creativa e comunicazione narrativa sono solo due dei sinonimi spesso utilizzati per rappresentare lo storytellng.

Pensandoci bene, i termini “creazione” e “narrazione” rafforzano ancora una volta il concetto di determinazione di una storia non reale, ma fittizia, o quantomeno in grado di enfatizzare ed edulcorare la realtà.

A onor del vero, però, lo strumento delle stories dovrebbe permettere la condivisione della “vita vera” in tutte le sue sfumature all’interno dei canali social.

Se questo risulta accadere per quanto concerne la volontà degli utenti di mostrare gli aspetti positivi della loro vita, i momenti emozionati e i successi raggiunti, cosa accade in merito ai fallimenti?

Vengo raccontati all’interno dei social network? Se sì, come? Si tratta di contenuti che hanno successo tra gli utenti?

Proiessenza

Si tratta di un neologismo nato per spiegare il modo che una persona utilizza per mettere sé stesso “in narrazione” sul web. La proiessenza è “l’abitudine nel web a proiettare di sé non l’immagine rispondente al vero ma ciò che si ritiene essenziale: è la possibilità costante di ritoccare la propria identità con photoshop”.

Realtà raccontata vs. realtà vissuta

Le varie analisi e teorie relative al social media marketing ci insegnano a come gestire i al meglio i canali di comunicazione web per valorizzare i punti di forza di un’azienda e sottolineare gli elementi positivi per la gestione di un personal branding efficace.

Diverso, invece, è l’approccio per quanto concerne i fallimenti: come si racconta un insuccesso all’interno dei social network? Qual è la reazione degli utenti a riguardo?

Parlare di un fallimento è difficile, porta con sé un senso di frustrazione e sconfitta.

Tutti sbagliano, lo sappiamo bene, ma questo non gratifica né consola il protagonista di un errore. Non sana quel senso di frustrazione che coglie chiunque nel momento in cui compie il passo sbagliato.

L’errore è sempre in agguato. Nella vita privata e in quella professionale. C’è sempre qualche impresa positiva da ricordare. Il fallimento, invece, resta nei meandri nella coscienza.

Il primo passo per superare un insuccesso? Ammettere di aver sbagliato. Confessare a sé stessi di aver commesso una leggerezza è il primo passo verso l’accettazione dell’errore. I fallimenti e gli insuccessi dovrebbero avere un posto in prima fila nelle pubblicazioni quotidiani dei social network: l’essere umano ha bisogno di ammettere i propri errori per esorcizzarli e superarli.

Il valore di un insuccesso è proprio questo: l’opportunità di apprendere e migliorarsi. Hai sbagliato. Perché? E, soprattutto, come puoi risolvere il problema?

Raccontare il proprio fallimento può essere di esempio per gli altri utenti: tutti possono sbagliare e l’accettazione e la condivisione degli errori altrui porta le persone ad essere più clementi con sé stesse.

Racconta i tuoi successi, mostra la strada da non seguire, racconta il tuo errore. Perché ti sei trovato in questa condizione? Perché hai sbagliato? Come si può evitare questa situazione? Come si può impedire che riaccada?

Se riesci a condividere questi contenuti con gli altri utenti stai creando valore parlando della tua esperienza personale senza filtri e maschere.

La tendenza a raccontare la verità in tutte le sue sfumature, positive o negative che siano, sta iniziando ad essere riconosciuto come un punto di forza e viene sempre più apprezzata dagli utenti.

Basti pensare che l’hashtag #fail solo su Instagram conta quasi 10 milioni di post dedicati.

Sei pronto a raccontare i tuoi fallimenti?

 

L’articolo è, gentilmente, offerto da PierPaolo Voci e Elena Mion

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