Che si tratti di un articolato piano di comunicazione – e quindi di un bella strategia di marketing – di un’intera campagna pubblicitaria, o anche “solo” di uno slogan, occorre una buona dose di creatività. E chi non ce l’ha, come fa? Bé, da oggi la creatività si impara!

 

Mi sono permesso di uscire un attimo fuori dal seminato, rispetto agli ultimi articoli sugli strumenti pubblicitari. Ma quando è troppo è troppo! Questa storia è dedicata ai bambini curiosi, come me, di tutte le età.

E’ una storia che inizia ai tempi dell’asilo.

Qui ci hanno insegnato a non fare chiasso, a non disubbidire agli adulti, a non essere disordinati e a non dare fastidio negli ambienti pubblici.

Alle elementari hanno pensato bene di continuare sullo stesso filone, ma in aggiunta ci hanno insegnato a non fare – e non far fare – brutta figura durante gli spettacoli scolastici.

Alla scuola secondaria di primo grado – per gli amici scuola media – peggio che peggio.

In piena adolescenza ci hanno insegnato – o perlomeno hanno provato a insegnarci – a non fumare, non bere e non dire parolacce. Quindi la scuola secondaria di secondo grado (le superiori) ci ha insegnato, volente o nolente, a non fare l’amore senza preservativo. Contestualmente “la strada”, maestra compresa e bistrattata, ci ha insegnato cosa significa soffrire per amore. E ci ha reso più forti.

Alla fine siamo giunti all’Università, nel regno della gestione autonoma.

O perlomeno così pensavamo. Da questo momento in poi saremmo finalmente diventati padroni del nostro destino in tutto e per tutto. Illusi! Piuttosto ci hanno insegnato a non alzare la voce contro chi ha il “coltello dalla parte del manico”, e che non siamo niente all’infuori di un freddo numero.

Se noti bene, quello che hanno fatto durante tutto questo tempo è stato insegnarci a non fare, piuttosto che ad agire.

Una logica perversa, nevvero?

Oltre 10 anni di studi per concludere cosa? Nulla. Tanti contenuti, vari ed eventuali – infarinatura generale, la chiamano – ma più che altro ci hanno “addestrati” per essere cittadini modello, che stiano in riga al loro posto e non inizino a portare rogne al quieto vivere generale uscendo fuori dal proprio circondario.

Poi però, mentre guido ascoltando la radio, sento l’ennesimo sedicente insegnante – oggi li chiamano coach, che come tutti gli inglesismi fa più figo – che promuove il suo corso sulla creatività. Ma dai, oltre 10 anni a studiare il nulla, e adesso vieni a dirmi che esiste una scuola per diventare creativi?

Ma dimmi, caro: quindi la creatività si impara?

No, non credo proprio. Di sicuro non con queste premesse. Anzi, sai che ti dico? Che tutto questo scrivi-sgobba-studia-ripeti ammazza la creatività. Le impedisce di vedere la luce in fondo al tunnel, la limita all’interno di schemi preimposti, pregiudizi e modi di pensare che sanno di stantio.

La creatività è una dote innata. Punto.

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O ce l’hai o non ce l’hai. E’ una di quelle cose che devi avere dentro, fin dalla nascita. Altrimenti puoi metterci una croce sopra. E’ una virtù che puoi orgogliosamente vantare nel tuo curriculum vitae, perché ti eleva rispetto a chi non la possiede. Non per questo è corretto che tu, mentendo, ne dia indicazione senza averne gli attributi.

Esatto, attributi. Perché per essere creativi ci vuole coraggio!

Perché tutto quel lungo preambolo sulla nostra formazione? Per aprirti gli occhi, per farti capire che lì fuori c’è altro. E per conoscerlo – e stai sicuro che ne vale la pena – ci vuole coraggio di spingersi oltre. Bisogna guardare al di là dell’orizzonte, dove l’occhio umano non arriva, e solo l’occhio della mente può. Devi prenderti una grossa responsabilità a essere quello che esce fuori dal coro.

Essere creativi significa pensare, parlare e agire come il “diverso”.

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La creatività si impara? Ma non farmi ridere! Imparare la creatività è un ossimoro bell’e buono. Essere creativi significa dare sfogo alla nostra parte più animale, poco avvezza alle catene e alle pastoie dell’apprendimento, degli schemi didattici e delle formule preimpostate. Non nego invece che si può imparare a stimolare la propria creatività. Ma bada bene: tra lo stimolare qualcosa di già esistente e il mago che tira il coniglio in carne e ossa fuori dal cilindro ci sta un abisso.

Commissionare un lavoro a un creativo è come giocare alla roulette russa.

Mi piace pensare al creativo come a una gallina che razzola libera nell’aia. E’ uno spirito indomabile. Sia chiaro: non avrai a che fare con uno sconsiderato, oppure un poco di buono, né tanto meno con un primitivo indisciplinato. Ma il suo pensiero, quello sì che è indomabile. La sua forma mentis è tabù, e se provi a metterci bocca potresti pentirtene.

Se però ha deciso di sposare la tua causa puoi dormire sonni tranquilli.

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Guardati bene dai venditori di fumo, e scansa con felina agilità chi cerca di spacciare la fuffa per oro colato. Se ti dicono che la creatività si impara tu non perdere tempo ad ascoltarli, ma va avanti per la tua strada. Quando avrai bisogno di creativi rivolgiti a chi ci è nato, con questa sorta di mistico e incomprensibile potere. Magari non sapranno fare cose più utili come riparare la ruota della macchina, ma stai sicuro che in quanto a fantasia ne hanno da vendere. Ognuno ha il suo compito nel mondo, non si può pretendere di saper fare tutto. Il mondo è bello perché vario.

Andate bambini. Andate e conquistate il mondo!

“Ci sono tre cose che non puoi simulare: le erezioni, la competenza e la creatività.” – Douglas Coupland

Crediti foto: tamuccalamity_photographyseeveeaarwwworks

 

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Matteo Malacaria

Appassionato di web communication, guerrilla marketing e pubblicità emozionale. Affascinato dalla comunicazione d’impresa, mentre della birra artigianale ci sono rimasto sotto. Qualsivoglia cosa nel tempo libero – se ne rimane.

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