Il mio non-approccio alla scrittura

Il web ha pluralizzato le fonti disponibili, ha prodotto una specializzazione delle professioni, ha stra-moltiplicato il numero di persone disposte a partecipare al mondo creativo, di  siti,blog, social media marketing, web copywriting  e consimili. Una serie di sfortunati eventi mi ha portato su questa ancora indefinita realtà; tutto così nuovo e così stimolante.

Occuparsi di questi temi, inevitabilmente comporta il dover ricercare le nuove tendenze e i vari trend e, volente o nolente, è considerevole il rischio di cadere nel tranello di scrivere solo copie di copie di contenuti sul web già presenti,  ma solo elegantemente personalizzati. 

Mi è capitato un paio di volte di confrontarmi con quelli che vedo come i “big” del settore, quelli a cui chiedere consiglio, perché in fin dei conti avranno anche loro passato quello che sto vivendo io. Da pivellina avverto il timore legittimo di non riuscire ad attirare la giusta attenzione, di non riuscire ad incantare il lettore, di non riuscire a creare quello sciame disposto a seguirmi ad ogni mia mossa.

Definisco dunque il mio, un approccio/non-approccio alla scrittura (e non lo dico con vanto, quanto per fare outing, per chiarirmi le idee). Tra linee guida, protocolli comportamentali e consigli pratici minuziosamente numerati, una cosa è certa, non sono ancora riuscita a metabolizzarli. In pratica vago ancora in un mare di incertezza. (Ma non si sta male, non è agitato, le vele sono spiegate e il capitano mi aiuta sempre a fare i nodi “per bene”).


  • Per promuovere il proprio post ciò che non deve assolutamente mancare è la qualità (dicono). È chiaro, come fa a suscitare l’attenzione se si parla di un argomento che non importa a nessuno?
    Tutti indistintamente parlano di qualità quasi come un mostro mitologico. Un consiglio fin troppo generico e decisamente fuorviante. A mio avviso lo enumerano consapevolmente per mettere i bastoni tra le ruote a noi principianti.


  • Anche il linguaggio è sottoposto ad un rigido processo di disciplinamento. Deve essere semplice, immediato, in modo da non asfissiare e tediare il lettore. Il più delle volte sottovalutando l’importanza di un testo ben steso e dello scopo ludico che svolge la letture oltre a quello informativo.


  • Il testo, e qui il tasto dolente che personalemente non so se sarò mai in grado di correggere: capacità di sintesi. Non non ce la faccio a stare sotto le 500 battute, mi affeziono troppo alle parole.
  • Mi dicono che per creare una brand identity ciò che serve è l’originalità, ma allo stesso tempo devo lottare contro delle correnti che mi direzionano verso porti che, involontariamente o meno, tendono a voler omologare gli stili. Cercherò con il tempo di far luce su questo apparentemente irrisolvibile impasse tra creatività/ disciplina.
  • Ho problemi anche con i tempi, non godo dell’opportuno pragmatismo e le mie risorse organizzative sono ridotte al minimo. Forse, per un non ancora diagnosticato disturbo della personalità multipla, alterno momenti di rigore scientifico e produttività da robottino a momenti di totale e sconfortante anarchia da scrivania. Quando devo rispettare delle scadenze mi affido alla quanto mai improvvisata preghiera mistica rivolta al mia amata bic nera.

Il mio processo creativo parte il più delle volte da chiacchierate con amici, di quelle sane, produttive e gratificanti, faccio un minestrone di tutto: realtà esterna, realtà virtuale, vissuto personale, visioni immagini, musica, film, mi lascio ispirare da tutto. Faccio entrare tutto nel mio mondo.

Mi ritrovo con pagine e pagine di pensieri apparentemente inconcludenti e quando sto per gettare la spugna (forse i sette caffè della giornata hanno alterato i miei sensi, mi dico) ecco farsi strada, finalmente, il pensiero iniziale che volevo dare alla luce.

Per l’originalità posso garantire, per la qualità non ancora, non subito.

Quali sono i criteri e le regole per rendere inespugnabile la vostra fortezza creativa? A cosa rinuncereste volentieri?

 

2 COMMENTS

  1. La penso come te per quanto riguarda il conflitto tra creatività/disciplina.
    In particolare sulle modalità della scrittura: sono d’accordo che la leggibilità sia essenziale (uso sapiente del grassetto, paragrafi ben suddivisi, evitare labirinti mentali troppo intricati), ma a volte mi sembra che un’eccessiva rigidità delle regole comunemente accettate vada a discapito di un *bello* scritto.
    Occorre trovare il proprio stile (fattore integrante della tanto ricercata qualità) e seguire le proprie inclinazioni, senza rischiare di farsi ingabbiare in qualcosa che non si sente proprio.
    Bel post! 🙂

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