I social media non producono temi ma si limitano a veicolare quelli dei media tradizionali.

Tutto nasce da una provocazione lanciata su twitter da un simpatico followerDa qui l’esigenza di discuterne, di rivedere l’agenda carica di contenuti da definire, per dedicarci ad un articolo tra il filosofico e il sociologico, per tentare di ricostruire un percorso in grado di fugare ogni dubbio in questione.

Ed ecco le prime letture, libri, articoli, blog, mediazione simbolica di qua, psicologia, semantica, scienza della comunicazione di la, e la confusione non fa che allontanarci sempre di più dalla meta.
La dicotomia social network/media classici (tv tra tutte) non sembra avere una facile via d’uscita. Troppe opinioni, tante ipotesi, nullo di scontato, forse perché stiamo percorrendo strade ancora in fieri.
Bene, mi pongo qualche domanda: cosa stanno facendo i social e cosa é cambiato nel modo di comunicare con il loro avvento? E pare che lentamente il nodo si dipani più velocemente.

I social media ormai assimilati totalmente nella vita quotidiana; altro non sono che estensioni più o meno virtuali di relazioni sociali. Interconnessioni di storie, racconti, idee, immagini, ideologie o più semplicemente vite e persone. (Che lo si voglia o meno).
Non parliamo di nessuna entità astratta perché é una realtà che costantemente riproduce sé stessa. Una realtà fatta di costruzione di relazioni, solo più estesa.

Così come ha apportato modifiche al vivere sociale, alle relazioni in senso stretto, ha ribaltato e moltiplicato i metodi e le strategie di comunicazione.
Che si parli di politica, business o del modo di fare informazione o tv, i social ne fanno ormai parte e li riproducono costantemente.

[Tweet “Readers are more likely to believe in something that has worked well for someone else”]

Ampi e illimitati spazi disponibili, velocità di trasmissione delle informazioni e controinformazioni e, non da ultimo, partecipazione collettiva all’azione, rappresentano concetti che stanno alla base dell’analisi. In un modo o nell’altro ci si avvicina ai social perché questi rappresentano la presente e viva elencazione dei bisogni e dei desideri del pubblico ( sia esso un elettore, un consumatore o un semplice spettatore).

Non può essere il contrario: la creazione di temi, di influenze e trend di massa non può non partire dalla mediazione che avviene nei social. E se in un primo momento i media tradizionali hanno avuto, per così dire, la meglio, ora non fanno che spingere verso una presenza capillare e attiva su twitter e facebook, consci della portata megalitica che posseggono. Una sorta di socializzazione dei media.

I social

  • nella vita privata

Hanno portato ad una spettacolarizzazione che fa ad esempio delle gestanti uno strumento di pervasività dell’intimità e del percorso della gravidanza. Basta che una sola donna pubblichi una foto con il pancione in crescita che una sfilza di future mamme faranno altretranto

  • nel business

Tutte le aziende che scelgono di restare in campo da vincenti si dotano di squadre di social media manager in grado di studiare le tendenze in voga, offrire al cliente quello che non sa di volere e fornirgli il mix perfetto per bisogni che maturano anche grazie all’interazione diretta con il consumatore finale. Stilisti che puntano alla co-creazione di abiti, per mezzo dei follower o dei fan che si fanno ideatori di modelli o ingredienti di fragranze per profumi. (il mulino che vorrei e fiat, 500 wants you).

  • in politica

E’ evidente il potenziale che offrono per dare un messaggio collettivo condiviso. I canali video dei partiti, gli account su facebook e twitter danno un volto alla spersonalizzatissima politica e corteggiano i follower per tentare di attrarre nel modo più semplice possibile elettori da fidelizzare. Vedi caso Obama durante la prima campagna elettorale e la successiva corsa all’imitazione del modello, in tutto il mondo.
O ancora la tv del pd (youdem) o il reclutamento online degli adepti di Sssilvio. Anche il papa non é riuscito a farne a meno. (Beppe Grillo: omissis)

  • rispetto i media tradizionali

Vanno al di la della semplice comunicazione, o informazione asettica ed eterodiretta. La comunicazione é “many to many“, parte dal basso, si modella da una sintesi delle molteplici (e spesso discordanti) fonti e si affaccia su canali infiniti e costantemente accessibili. Quasi tutti i programmi tv, hanno incluso account twitter per seguire e coinvolgere attivamente il pubblico. Ballaró e Report per citarne un paio, lo utilizzano per ampliare l’agenda editoriale su segnalazione dello spettatore.
Come non citare l’avveneristico “citizen journalism” che dalla primavera araba in poi ha non solo portato anche le testate giornalistiche a modificare grafiche ed esposizione di news magazine, per farli a immagine dell’utente. Il modo di informare è più diretto, “face to face”, non più a servizio del cittadino ma, a misura del cittadino.
Sopperiscono poi, alla pressoché carente produzione di contenuti culturali: youtube con i suoi tutorial, i blog, le pagine sui social sono ricche di spunti, appunti e teorie, sempre disponibili e modificabili, ridefinibili.
E’ in questo forse molto più democratico, si partecipa dal basso, su volontà personale, si contribuisce alla scrittura, il tutto é sintesi di molti “mondi possibili”; da cui tv e simili prendono ispirazione, e non per chissà quale potere sovrannaturale dei social, ma per il semplice fatto che è al loro interno che si creano i temi: mediante interazione, scambio e reciproca condivisione.

Forse ciò che è cambiato è solo l’aver ampliato il numero delle persone in grado di esercitare una certa pressione e influenza mediatica. I filtri sono più larghi (con tutti i pro e i contro che ne conseguono), ma da semplice êlite diviene massa che influenza massa.

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