Che sia tradizionale o digitale, poca importa, l’importante è attirare la gente. Il marketing sociale punta alla gente e lo fa servendosi di tutti gli strumenti a disposizione.

Questo è chiaro, ora più che mai. Siamo arrivati al punto in cui la distinzione tra le due, soprattutto nel vivere quotidiano, viene a mancare, proprio perché capillarmente diffuse nel modus operandi dell’uomo.

Per dirla in altri termini: contattare l’amico su facebook per mandargli un messaggio o incontrarlo alla solita panchina per organizzarsi è un po’ la medesima cosa. L’obiettivo finale è quello di mettersi d’accordo sul cosa farne del resto della serata. Il presupposto è mettersi in contatto (communicare) lo strumento è variabile, ma invisibile.

Magari è un po’ troppo leggera la considerazione, ma non riesco a distinguere tra le due forme fintanto che entrambe si manifesteno valide ed efficaci.
Ma stavo parlando di comunicazione sociale, n’è vero? 

Ecco quello che mi è accaduto martedì pomeriggio quando, un po’ come il bianconiglio, mi dirigevo frettolosamente, come sempre in ritardo proverbiale, verso la mia adorata agenzia di comunicazione. Il centro storico in questi giorni non lo riconosco, c’è un bel po’ di gente a passeggiare, stands, i maledetti passeggini e… (eccallà) anche militanti con i loro banchetti:

Signorina, sì lei, lei, prima che si imbacucchi venga qui, un attimo.

marketing-sociale-e-comunicazione-digitalePettorina e locandine verdi, verdissime. Sono LORO, quelli di Greenpeace. Dopo una piacevole chiacchierata sui problemi del Sud (e le analogie con il Nord) le preoccupazioni sul nostro futuro… sulla gente che non c’è, i soldi pubblici che si sperperano… l’attivismo, le associazioni e la mancanza di impegno, il simpaticissimo tizio mi ha convinta a firmare la mia formale adesione ad una delle più importanti ONG del mondo. Lo sapevo che avrei fatto più tardi del solito, lo sapevo , lo sapevo.
Ma il fascino degli attivisti-estremisti-fondamentalisti sostenitori di balene e animaletti pelosi delle foreste, ha avuto la meglio.

Ecco, io ho la mia tessera, loro il mio Iban, io qualche euro in meno, loro qualche possibilità in più.

Quello che loro fanno giorno dopo giorno entra di diritto nell’elenco degli strumenti di marketing sociale tradizionale. I banchetti, gli adorati banchetti nelle piazze, frutto di una tara storica di promozione e comunicazione che ha guidato associazionismo e lotte dagli anni ’60 a oggi. Funziona. Se il progetto è valido e se i soggetti che lo guidano hanno le carte in regola per attirare la gente.
Un po’ di simpatia, quel poco che basta per far fermare i passanti. Noi, gli dedichiamo il nostro tempo loro devono guadagnarlo e fanno sfoggio di doti innate o indotte, di comunicazione (sociale in questo caso). L’approccio “faccia a faccia” non solo funziona ma punta su qualità e sforzi del “vettore” inimmaginabili. Il numero delle persone che è possibile colpire certo non può competere con gli altri strumenti (on-line e off-line che siano) ma, l’approccio tradizionale regala quel volto umano e tangibile, utile per indirizzare l’attenzione del destinatario verso l’obiettivo delicato che promuove.

Ma a Greenpeace non basta! Non può bastare non solo per le sue dimensioni, ma anche per la sua stessa natura.Ha arterie in tutto il mondo e per forza di cose, internazionalizzazione qui fa rima con comunicazione-digitale.

Basta dare un’occhiata veloce al sito internet della sezione Italia per capire che tutto quello che fa non è lasciato al caso, che quello che pubblica è frutto di lavoro di professionisti del settore. Quando le cose sono fatte per bene è facile accorgersene.

In questo caso è molto semplice perché abbiamo a che fare con un “brand” più che noto alla collettività, gli obiettivi dell’organizzazione sono conosciuti o perlomeno riconoscibili, non necessita di molti sforzi per creare una “brand reputation”. Quello che importa è solo l’adesione di volta in colta ai “prodotti”, alle lotte, ai progetti che portano avanti, attraverso periodiche e martellanti campagne di sensibilizzazione e contestuali ricerca di fondi, necessari per realizzarli.

Il sito è fresco e dinamico, rispecchia un’immagine coordinata (ordinata e coerente con l’ideologia del progetto), è responsive, gode dei tastini di collegamento con molti social network,  facilmente navigabile… ecc

Il marketing sociale che adopera sui mezzi di comunicazione targati 2.0 appare più che efficace e il linea con quello che accade per le strade, grazie ai suoi militanti. Quasi senza soluzione di continuità. E’ una vera e propria rete sociale di soggetti che ne condividono valori e idee portanti.

Nel marketing sociale è, in sintesi, impossibile e controproducente dover distinguere le due forme di promozione; soprattutto se entrambe, tradizionale e digitale, assolvono alla stessa funzione, comunicare all’interno con i propri sostenitori e all’esterno allargandone le basi del consenso.

Siete davvero sicuri di voler lasciare tutto al caso o, all’approssimazione?

 

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