Is this the real life? Is this just fantasy? Cantavano I Queen, ed io continuo a domandarmelo da tempo quando penso a come la nostra percezione della realtà sia passata dall’essere sociale, all’essere social.

Berger e Luckmann descrivono la realtà come una costruzione sociale. Un insieme di fenomeni indipendenti dalla nostra volontà che percepiamo tuttavia, come ovvi e naturali, sono costrutti elaborati dagli strumenti cognitivi che possediamo, poi “istituzionalizzati” e resi dominanti nei processi di interpretazione del “mondo esterno”.

In questo, la realtà della vita quotidiana è dominante. Ed è su questo punto che mi voglio concentrare.

Che poi, c’è da dire, che i primi anni di università la sociologia, che ero “costretta” a studiare nemmeno mi piaceva, ora, senza nemmeno sforzarmi più di tanto mi ritrovo a ripescare negli scatoloni della mia memoria, riflessioni che credevo ormai sopite. Grazie Prof.

Dicevo…? Ah si, la realtà della vita quotidiana è fondata sul “faccia a faccia” ed è più reale di quella con il sé, perché è immediata e intenzionale, mentre quella, per così dire, introspettiva implica una cerca riflessione e contemplazione. L’incontro con l’altro è quello che non solo consente la costruzione di un’identità (apparentemente individuale) ma consente tutta una serie di tipizzazioni e classificazioni che ci consentono di analizzare e reinterpretare i fenomeni esterni e “interiorizzarli” come fenomeni precostituiti, benché frutto del nostro operare o meglio, del nostro socializzare.

L’individuo nasce predisposto alla socialità (lo diceva anche Aristotele, n’è vero?), ma solo dopo il processo di interiorizzazione delle norme e comportamenti resi oggettivi (processo di oggettivizzazione) diventa un membro effettivo della società cui appartiene. In sostanza, attraverso l’incontro con l’altro, l’essere sociale si riafferma e si plasma.

Detto questo, vedo e rilancio.
Non ci limitiamo a reinventare la socialità a mezzo di interazioni con l’altro ma la riempiamo di fictio che provengono interamente dal mondo cibernetico e ne diamo una connotazione del tutto naturalizzata e scontata.

Solo i più fortunati, quelli che conservano ancora i canali tradizionali di conoscenza dell’altro, saranno in grado di vivere questo passaggio tra “sociale a social” con un po’ di timidezza e spesso ribrezzo. Perché chi appartiene alla fase di ri-generazione del processo, sarà così invischiato e totalmente inserito nelle dinamiche facebookiane talmente tanto da non rendersene conto.

Pur rendendoci conto che i social network altro non sono che la dissimulazione e il tentativo maldestro di imitare la vita VERA perpetriamo strane e quanto mai fallimentari dinamiche che in un modo o nell’altro escono dal dispositivo che stiamo utilizzando per influenzare poi, le nostre azioni e in nostri comportamenti anche all’esterno. Si fondono e si confondono in un continuum con veramente pochi momenti di esistenza separata. La vita quotidiana si riproduce costantemente a mezzo “social”. Basta vedere la mia cara mamma, quasi cinquantenne, che solo qualche anno fa non avrebbe mai pensato di accendere il pc, immersa nel mondo di facebook come fosse incantata e incatenata; ed al mio consueto: “Oh ma’, ma non stiamo parlando più”, lei mi risponde: “come no ti ho commentato la foto che hai pubblicato ieri?!”

Al primo dubbio mnemonico nelle sfide di cultura con il fratellone, un quizzone canonico che si ripete dopo pranzo da sempre, sulla composizione della flotta di Cristoforo Colombo, eccoci a prendere i cellulari per controllare perché erano due caravelle e una… ecco l’ho dimenticato di nuovo… una caracca (grazie google).

Essere sociale o essere social?Non riusciamo più a staccare gli occhi dai nostri cellulari, per nessuna ragione al mondo. Quando ho iniziato a pensare di scrivere questo post ho chiesto un po’ in giro aneddoti o fenomeni che hanno fatto capire come è stato possibile il passaggio a questo tipo di realtà social. Uno di questi mi ha raccontato di come si sia stranito in occasione di un post per esprimere cordoglio e disperazione per la perdita di un proprio caro, il tutto solo qualche minuto dopo l’accaduto.
Con questo non voglio esprimere disprezzo o disapprovazione, ma solo sottolineare come si sia fatto di facebook et similia, un’ancora, un’estroflessione del nostro apparato emotivo, così velocemente da non considerare la perdita di una certa connessione più intima e personale. Questo perché è come entrare in un vortice, una volta inseriti nelle dinamiche di socialità dei network in questione, agiamo, senza pensare, ma solo per costrutti che ci appaiono “naturali” (ormai).

Ho già parlato tempo fa di come ci si trovi dinnanzi ad una prostituzione del sentimento, in seno alla trasformazione dell’intimità in estimità, ma il discorso è così pregnante ogni aspetto della vita associata che mi preme calcare la mano sul tema, per la paura di perdere il contatto con quello che non rientra nella realtà puramente sociale.

Sarà capitato di certo anche a voi di uscire e di vedere per strada, nei pub o nelle piazze fiumane di gente con la testa china sul proprio smartphone perché colto da un improvviso senso di noia nei confronti della compagnia, palesemente inappropriata. E quei poveri neonati che per mesi vedranno sempre e solo cellulari con i capelli, li a fotografare e registrare ogni vagito. Giusto poco fa un mio contatto ha scritto: “Care ragazze ma ci dite come dobbiamo fare a rimorchiarvi in metro se state sempre con la faccia sul vostro dannato smartphone”
Al tempo stesso sottolinearlo non fa che creare una discussione sul tema, e piuttosto che provare a disturbarle comunque, quelle donzelle, preferisce annotare sul pubblico taccuino cosa c’è che non va in loro”.

Perché in fondo quello che ci accade (a mio modestissimo parere) è che ci si sente soli in questo mondo che ci vorrebbe più grandi, per poter “contare” qualcosa. La realtà, così espansa, da quando parliamo di globalismo e globalizzazione, ci spaventa, perché ci vuole mischiati l’un con l’altro, ed è davvero difficile fare la differenza quando l’altro non è più diverso da noi. Soprattutto perché per essere grandi abbiamo bisogno dell’altro, che ahinoi, è sempre più lontano. È una strana proporzione inversa, all’aumento dei contatti, dei follower, ci sentiamo più soli e meno influenti, e per compensare speriamo che qualunque cosa noi diciamo abbia in qualche modo, presa, o crei qualche feedback nelle persone che speriamo facciano parte di quel nucleo di gente che scegliamo per i nostri rapporti umani.

Non ci importa che si inflazionino sentimenti o emozioni, perché alla fine dei conti, non ci ricordiamo più come ci si approcci senza un account. La responsabilità in questo, è un surrogato tra social network e dispositivi mobili sempre più intelligenti (di noi). Per automatismi diamo un significato diverso anche alle parole “condividere” e “piacere” e pur avendo una connotazione positiva, di certo non sostituiranno mai e poi mai il valore profondo cui richiamano (se solo ci soffermassimo di più a pensarci).

Potrebbe sembrare inconcludente il mio post, ma benché anomalo mi auguro sia condiviso da persone che come me, hanno ancora la fortuna di contare su contatti reali, su likes fatti di sorrisi e su condivisioni frutto di serate in compagnia di un buon amico.

Laura Trapasso

Aspirante scrittrice cinica e puntigliosa, con il perenne blocco dello scrittore (dice lei). Con la sola imposizione delle dita è capace di dare luce ad argomenti nuovi, mai banali, e di renderli leggeri e adatti ad ogni lettore.

4 COMMENTS

  1. Cara figliolina mia, non ho letto prima perchè ero impegnata a fare dei gustosissimi biscotti, REALI E PROFUMATISSIMI, quindi, a parte manifestare la mia ammirazione e orgoglio per il tuo esposto ( bella e mammà) ti dirò di persona quello che ne penso, stasera davanti a una tazza di the e, naturalmente biscotti!

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