Oggi voglio parlare di etica della comunicazione applicata ai nuovi media, perché ogni ogni giorno mi rendo conto della importante responsabilità che abbiamo nel costruire e riformulare la percezione della realtà, umana, sociale o digitale che sia.

 

Il punto di partenza della mia riflessione e alcune regole che riporterò nel post hanno a che fare con un sentire che spero sia comune a molti ma soprattutto alla più recente lettura del testo di  Francesco Bellino: “Per un’etica della comunicazione“. Era da tempo che, mossa da un senso di stomacante insofferenza, ne volevo parlare, ma fortunatamente ho trovato a sostegno parole più autorevoli delle mie, che ricostruiscono i cambiamenti sociali, culturali e digitali che hanno prodotto un “dispotismo comunicativo e una crisi del pensiero” dominati da un’innegabile tendenza alla menzogna.

Prima di iniziare alcunché con il web, internet, social e realtà digitale sarebbe opportuno partecipare al dibattito sulla costruzione di una nuova etica della comunicazione. Che pure si fa sentire, ma in modo troppo marginale da rendere gli sforzi efficienti. Perché quello che vedo è che se non poniamo rimedio I nuovi media avranno la terribile nomea di aver rovinato la qualità della nostra vita e delle nostre relazioni sociali.

Perché è così difficile dire la verità, perché è necessaria un’imposizione, una regolamentazione, dei comandamenti e dei decaloghi per far dire il “vero” a chi utilizza e domina il web?

Parto dall’assunto (tutto personale) che “pubblicare sul web” ogni sorta di informazione, considerazione, vissuto, violenza, e cattiveria a tutto spiano stia un po’ distorcendo il senso di quello che “nel collettivo, siamo”. Se c’è una cosa che mi fa propendere sul “peggioramento dell’umanità con il web” è proprio la cattiveria gratuita elaborata su contenuti spesso menzogneri del vivere associato.

Che si tratti di notizie, fatti, storie e semplici estratti della vita umana (e intimamente personale) se l’individuo non vuole soggiacere al dubbio  costretto a interminabili ricerche per attestarne una veridicità.

Tre presupposti di base

  1. I nuovi media hanno ridotto lo spazio tra pubblico e privato, incrementando il fenomeno già messo in atto dalla TV, di confondere i rispettivi contenuti, creando una società volta all’esclusione del diverso e dominata da una nudità fisica, psichica e sociale. 
  2. L’uomo post-moderno di cui si parla dimostra di possedere enormi deficit di conoscenza perché non conosce gli strumenti che utilizza. Si rende passivo tanto all’informazione quanto alla radice che lo genera e a quella che lo media. L’informazione non è conoscenza, e il pubblico dei nuovi media è un soggetto passivo, al messaggio al suo contenuto e alla verità. In esso viene a bloccarsi un messaggio che è solo mostrato “non messo in comune“. Non prendere parte al processo di comunicazione significa subirlo da oggetti ed esser plasmati da una realtà plasmata da altri (a costo dell’inclusione).
  3. In questa realtà il mondo non viene più mostrato come “parola” ma come “immagine”. Si vede senza capire! Giovanni Sartori lo definisce il post-pensiero. Il collegamento tra immagine e realtà è il nodo che lega comunicazione sociale e mediatica. L’immagine da supporto per la realtà diviene l’unica manifestazione plausibile. L’uomo per dominarlo riduce il mondo a oggetto.

 

Un passo decisivo per distinguere il reale dal rappresentato, per partecipare al processo cognitivo e per dominare questa realtà potrebbe dunque risiedere nel dire semplicemente la verità, senza troppi giri di parole. E per farlo giungono in aiuto, codici, netiquette, regolamentazioni e moderazioni.

La realtà è plurale, il linguaggio anche e le categorie cognitive, seguono a ruota. Ma una buona parte  di questo fiume che ci trascina quasi come se non avessimo il potere di cambiare le cose potrebbe essere imbrigliata per amore della trasparenza di contenuti all’interno dei media (vecchi e nuovi).

Arlene Rinaldi propone un decalogo di prescrizioni che chi usa il computer dovrebbe rispettare. E oltre al reciproco rispetto, privacy e riserbo, cita i più cattolici “non avrai, non farai..” male agli altri, derubandoli, corrompendoli, quelli più stringenti sono, dei dieci punti : 

  1. Non ti approprierai del risultato del lavoro intellettuale altrui
  2. Penserai alle conseguenze sociali dei programmi (e delle cose) che scrivi
  3. Userai un computer in moda da dimostrare considerazione e rispetto

Poi ci sono le linee guida del “Galateo della rete” che contiene tutto quello che c’è da sapere su comunicazione “one to one”, linee guida per l’utente, per gli amministratori, per le netnews, la mailing list, le moderazioni e molto altro.

Ma la cosa che mi preme di più è quella di riportare la netiquette di Facebook, da sempre e per sempre un “non luogo” uno spazio di anarchia di pensiero e ingovernabilità del nulla, un nulla che crea, mette in forma e ridisegna spazi di socialità. (Da imbrigliare prima che …)

  1. Non mentire alla rete: usa il tuo vero nome e cognome
  2. Sii sempre educato, ricorda che gli altri ti giudicano per come di comporti in rete
  3. Non dare più informazioni private di quelle che il buon senso suggerisce
  4. Quando vuoi scrivere qualcosa, pensa prima di inviarla pubblicamente o privatamente
  5. Usa una parola d’ordine sicura, non il nome dei genitori, del partner o del gatto
  6. Se sei arrabbiato, è meglio fare una passeggiata anziché collegarti a facebook
  7. Aggiorna il tuo stato con regolarità, senza scrivere frasi offensive o di cattivo gusto
  8. Sii gentile con chi è appena arrivato su facebook
  9. Non cercare di fare amicizie con tutto il mondo e non offenderti se c’è chi non vuole farla con te
  10. Non confondere mai facebook con la vita vera, quella fuori dalla rete

Lo stesso di può riportare per ogni altro nuovo media che abbiamo intenzione di utilizzare. Sono cose che ti insegna “la mamma” quando cresci, non te le dovrebbero nemmeno dire, sono semplici  conseguenze del vivere con la testa sul collo e il cervello ben funzionante. Ma delle volte a qualcuno sfuggono, sempre meglio ripetere (un po’ come fanno i ragazzi al catechismo con i dieci comandamenti).

Che poi la libertà d’espressione è n’altra cosa…e noi siamo colpevoli un po’ in questa confusione tra oggetto e soggetto, reale e mediato. O no?

[Crediti foto] [Per un’etica della Comunicazione, Francesco Bellino]
Laura Trapasso

Aspirante scrittrice cinica e puntigliosa, con il perenne blocco dello scrittore (dice lei). Con la sola imposizione delle dita è capace di dare luce ad argomenti nuovi, mai banali, e di renderli leggeri e adatti ad ogni lettore.

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