La riflessione di oggi riguarda il variegatissimo mondo del blogging. Blog a profusione, un blog per qualsiasi categoria tipizzabile. In sostanza, ci si occupa di analizzare i temi di rilevanza, approfondire l’argomento e coinvolgere il destinatario attraverso informazioni utili, consigli o anche letture divertenti.

blog incarnano la visione moderna della libertà di espressione, sono alla portata  di ogni essere umano dotato delle basilari capacità di utilizzare una tastiera; testi immediatamente disponibili e rispondenti ad un bisogno di comunicare anche le informazioni più idiote dalla dubbia utilità.

C’è il blogger che lo fa per mestiere e quello che lo fa per diletto. Tutti sono (chi più chi meno) capaci di scrivere e, il più delle volte a rimpastare (spesso poco dignitosamente) contenuti già disponibili altrove, non rappresentano certo un sapere scientifico e affidabile ma il più delle volte offrono notevoli spunti di riflessione, e perché no, anche di crescita.

C’è chi scrive blog ma anche  chi scrive blog di blog e chi si preoccupa di scrivere blog, di blog di blog. La prima categoria rientra nella descrizione appena esemplificata. Nella seconda chi ripubblica o rimpasta contenuti già disponibili altrove e nella terza, invece, chi si preoccupa di spiegare le tecniche e le regole basilari per scrivere un blog efficiente.

E’ su quest’ultima categoria che si è soffermata la mia inaspettata riflessione. Perché i consigli e le direttive che da questi promanano hanno a che fare, di certo con la credibilità e con una visibilità, frutto di anni di esperienza e di competenza. Ma fino a che punto è opportuno spingersi, per dare credito a “verità assolute” che inevitabilmente tendono a voler omologarne stili di scrittura e persino caratteristiche dei contenuti?

Tra i consigli più diffusi rientrano gli errori da evitare “per gli  scrittori inesperti” (il più delle volte sono solo degli errori presunti o desunti dalla personale abitudine alla scrittura), poi troviamo quelli graficamente inadeguati (puntatori, spazi, spazietti, disegni e fotografie) e infine quegli errori che tendono di norma ad allontanare il pubblico (secondo gli esperti, sempre) come la lunghezza del testo, la presenza massiccia di divagazioni o l’asetticità del testo.

Il risultato, a mio avviso, è che l’imposizione di schemi e rigide policy finisca con lo svilire il messaggio di originalità e differenziazione, che gli stessi pretendono di portare avanti come ratio finale dell’oggetto. Vengono di fatti poste come verità intrinsecamente inespugnabili collegate ad apocalittici scenari di fallimento del blog stesso. Chi non tende verso i medesimi scenari verrà tacciato di eresia e inserito nel proverbiale  libro nero della censura.

Il tutto risiede nel fatto di confondere il linguaggio con lo stile. Ad ogni argomento (e quindi anche destinatario) corrisponde una qualche forma di corrispettivo linguaggio e, fermo restando l’imprescindibile utilizzo della grammatica italiana, al contrario, tutto ciò che resta è la personalissima emanazione del proprio stile di scrittura.

Se Howard Phillips Lovercraft e Edgar Allan Poe avessero scritto le medesime cose e, per il fatto di appartenere ad un omologo genere letterario, ora ne ricorderemmo solo uno dei due. L’errore (nei limiti delle regole basilari di scrittura) rende originale e memorabile un testo e distinguibile il suo autore (chiedete a Bukowski).
Scrivere è dunque eresia, nel vero e proprio senso della parola, rappresenta una scelta.  Distaccarsi dall’ortodossia per proporre in maniera differente quel che la realtà impone e reinterpretato mediante personalissimi strumenti cognitivi e sensoriali.

Limitarsi a  proporre questo quell’approccio stilistico, solo per trattare argomenti triti e ritriti non può che portare lo scrittore ad adeguarsi ad una mediocrità e ad una chiusura mentale solo per aspirazione ad una presunta perfezione, le cui caratteristiche, altro non sono che elaborazioni degli stili (congiunti) passati al vaglio da chi da tempo è riuscito ad accaparrarsi una certa fetta di visibilità e dunque accreditarsi come ineguagliabili portatori di verità assolute.
Non un dubbio, non un ripensamento e soprattutto non una titubanza nell’eliminare aprioristicamente ogni forma di eterodossia.

Non è di certo edificante trovarsi di fronte a innumerevoli post identici, che variano solo per l’indirizzo web, solo per il doveroso impegno di mantenersi entro certo canovacci che riducono e uccidono lentamente la creatività di chi scrive.

Tralasciando lo splendido apporto che questi blog hanno la capacità di accrescere conoscenze e competenze, solo con una mente aperta al dubbio e alla continua discutibilità dei contenuti, sarà più possibile far emergere una personalità unica e distinguibile.

[Tweet “L’errore è un vantaggio stilistico.”] Non c’è una ricetta per una scrivere il post perfetto, perché così come non c’è un solo scrittore non c’è un solo lettore. Lo scarto tra l’esperto e l’inesperto è dato dall’esperienza, ma anche dalla capacità di crescere senza imposizioni e senza irrigidimenti.

La discutibilità delle regole non inneggia all’anarchia, ma aiuta la ricerca di una completezza ineluttabilmente destinata a rigenerarsi all’infinito, dai dubbi e dalle incertezza.

Ma un interrogativo resta ancora (apparentemente) aperto: cos’è che spinge l’altro a porsi da primus inter pares e, pretendere l’inscatolamento entro certi schemi?

Crediti foto

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