Esiste ancora emozione nella fotografia? Impariamo ad utilizzare la macchina fotografica prima ancora di comprendere la natura del senso che la fotografia serve: la vista. Un bel paradosso! Ci piace quello che appare, non quello che effettivamente è. Assistiamo al tramonto delle passioni, di cui siamo attori ma non protagonisti.

Siamo testimoni, quasi passivamente, della rivalsa del mondo digitale sul paino reale. Nel campo della fotografia, il risultato è fonte di  lancinante dolore: la morte dell’emozione nella fotografia. Scattiamo foto a manetta, a destra e manca, senza goderne il momento, senza apprezzare il piacere di quanto stiamo facendo, di quello che stiamo fotografando. Non curiamo l’importanza che, ancora prima della foto, ha la nostra fotocamera naturale, l’occhio umano, specchio dell’anima. Ne risulta un approccio asettico, privo di contenuti, povero di sostanza, lontano dalle intenzioni tanto lodevoli quanto mal realizzate che muovono il fotografo. Si comprendono allora la fredda discrepanza, nel mondo della fotografia e della comunicazione visiva, tra il “concetto” digitale e l’emozione reale.

Una fotografia affascina (perlomeno per me è così) nella misura in cui riesce a dare l’impressione di essere noi stessi fotografi di quel momento. Una sensazione fantastica, quella di vivere le emozioni del fotografo (quello reale) attraverso le sue foto e, ancora prima, quello che i suoi occhi hanno vissuto, le emozioni che ha provato, e solo successivamente immortalato. L’immagine deve farci piombare in una sorta di lucida proiezione mentale dalla palpabile tangibilità. Al contrario, quando una foto, per quanto bella e tecnicamente perfetta, non riesce a suscitare in noi alcuna reazione emotiva, allora è probabile le manchi l’essenza stessa della fotografia, ovvero l’emozione che vuole immortalare, che vuole (o perlomeno cerca di) catturare.

Nella realtà dei fatti, l’esistenza delle macchine fotografiche ci sta lentamente convincendo (o ci ha già convinto, e in questo caso sarebbe terribile, brrr) che le reali emozioni sono quelle che proviamo rimanendo dietro la fotocamera. Invece no! Là fuori, oltre l’obiettivo, esiste un mondo, la vita, che merita di essere vissuta in tutte le sue possibili rappresentazioni. Per questo è necessario prima osservare, comprendere, interiorizzare, e solo successivamente scattare. Non fosse così, quale sarebbe l’emozione nella fotografia, se noi stessi non abbiamo avuto la fortuna di provarla, di viverla, al momento dello scatto? Osservare, osservare, osservare. Che sia un imperativo, un esercizio costante. Ma…osservare cosa? Qualsiasi cosa, ovviamente! Da ogni posizione, in ogni condizione di luce, secondo ogni singola sfumatura di colore.

Poco importa se quel momento è breve, labile, o addirittura irripetibile. L’emozione non può essere fotografata prima di essere stata vissuta. E vissuta significa impegnare tutti i propri sensi in uno sforzo univoco e coordinato, non solo la vista. Solo così diventa parte del nostro io interiore, elemento essenziale della nostra anima, complice e compagno di vita. Di fronte ad una simile antologia di sensazioni, saremo di certo perdonati dalla nostra fotocamera nell’esser venuti meno ai principi febbrili del carpe diem, dell’istante perfetto e dello scatto al momento giusto. Diversamente, corriamo il (serio) rischio che in noi rimanga solo l’impressione di aver vissuto un’emozione, quando invece ci siamo semplicemente impegnati a riportarla su pellicola digitale. Fredda e insensibile pellicola. E’ questo quello che vogliamo, la morte dell’emozione nella fotografia? Sveglia!

“Certe volte non scatto, se mi piace il momento, piace a me, a me soltanto, non amo avere la distrazione dell’obiettivo,voglio solo restarci dentro.” – I sogni segreti di Walter Mitty

 

Matteo Malacaria

Appassionato di web communication, guerrilla marketing e pubblicità emozionale. Affascinato dalla comunicazione d’impresa, mentre della birra artigianale ci sono rimasto sotto. Qualsivoglia cosa nel tempo libero – se ne rimane.

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