Perché comunicare non significa seguire le regole. Almeno, solo in parte lo è.

 

Mi capita spesso di leggere titoli che inneggiano al post perfetto, all’headline insuperabile, alla call-to-action che converte sempre. Oh sì, è così. Certo, credici!

E ogni volta che mi imbatto in questi contenuti, mi avvilisco un tantino. Come perché? Ma dai, parliamo di comunicazione o cosa? Come se si trattasse di una scienza esatta. Come se un articolo o un’immagine sortissero lo stesso effetto su tutto il pubblico.

Mi spiace dirtelo, ma se pensi di imparare formule magiche da applicare in ogni situazione sei sulla strada sbagliata. La comunicazione non è solo codici e regole. Se non consideri l’aspetto soggettivo, rischi davvero di fare un buco nell’acqua.

Il messaggio è universale, il modo di recepirlo no

Questa è la verità: il difficile, quando ci si occupa di comunicazione, è tenere conto della sua duplice natura e imparare a maneggiarla con efficacia.

Ogni messaggio deve essere studiato per raggiungere l’obiettivo che ci siamo posti, in funzione del pubblico a cui ci rivolgiamo. Un lavoraccio, perché quello che ci viene richiesto è di ideare una soluzione che sappia iscriversi nel tempo e nella cultura a cui è indirizzato, considerando che buona parte dell’effetto sarà data dal mondo soggettivo del singolo.

Quando creiamo uno slogan o progettiamo una pagina pubblicitaria e ci limitiamo a considerare giusto alcuni aspetti – come la gradevolezza estetica o la musicalità delle parole scelte – stiamo facendo sì il nostro lavoro, ma solo a metà.

Insomma, pensaci! Quando vedi uno spot alla tv la tua reazione è identica a quella delle altre persone? Le sensazioni che provi sono sempre le stesse?

La risposta è: “No, non è così!”. Il motivo è semplice: la tua storia è diversa da quella degli altri. Punto.

Comunicare è vivere sospesi fra creatività e strategia

Uno dei più grandi limiti di un pubblicitario alle prime armi è che, per quanto conosce il funzionamento delle dinamiche della comunicazione, gli manca l’altra parte. Quella che solo l’esperienza ti può dare: la capacità di mettersi nei panni del pubblico, che recepisce il suo messaggio avendo alle spalle una formazione diversa.

In sostanza, se ci limitiamo a fare bene il nostro lavoro – a seguire le regole, insomma – produrremo risultati mediocri. Una scelta controproducente. Soprattutto se pensiamo che la comunicazione – a differenza del marketing – non è come andare al poligono.

Non tutte le frecce che scocchiamo arrivano al bersaglio, perché dobbiamo tenere conto dell’elemento soggettivo: degli occhi, del cuore, della cultura di ogni persona a cui ci rivolgiamo.

Chi fa comunicazione ha fame di curiosità

Lo avrai già sentito dire mille volte: la curiosità è prerequisito fondamentale di ogni creativo. Sai perché? Facile: se vuoi progettare campagne che lasciano il segno devi conoscere il mondo. Devi trasformarti in un globtrotter delle anime: devi perderti a guardare le persone, a indagarne i gusti, a comprenderne la cultura.

Insomma, quello che devi fare è:

  1. Darti un obiettivo
  2. Conoscere bene il prodotto e/o servizio
  3. Comprenderne valori, punti di forza e debolezza, vantaggi
  4. Decidere a chi rivolgerti
  5. Indagare il mondo di quelle persone: non solo le tendenze storico-culturali di massa, ma anche quelle frammentate date dal singolo (in sostanza, non dimenticare mai di considerare i micro-target!)
  6. Unire le convenzioni, gli usi e i costumi della società a quelle delle persone, considerandole nella loro unicità

 

Lascia stare le formule magiche e mettiti nei panni di chi ti ascolta!

Ecco cosa realmente ti permette di ideare delle campagne di comunicazione utili, ovvero capaci di farsi ascoltare. Perché il tuo slogan può funzionare. Oppure arrivare al pubblico.

A te la scelta. Sei pronto per mettere da parte i miti?

 

Photo Credit: SpreadTheMagic via Compfight cc

Cristiana Tumedei

Strategist for Artists&Creative, consulente di comunicazione e pubbliche relazioni. Curo diversi progetti in rete, come Parliamo Digitale e QuiCopy: spazi dedicati a blogger e comunicatori 2.0. E poi… quasi 30 anni, 11 traslochi all’attivo, una bimba che mi chiama Mamma Cri, appena nata ho ricevuto un battesimo Voodoo. Che altro? Ah, sto costruendo un sogno: #livingoutloud.

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