Quando, nemmeno un anno fa, ho sentito parlare per la prima volta di crowdfunding è stato per puro caso e, distrattamente ho messo la cosa a tacere nel dimenticatoio dei miei pensieri.

Era una di quelle domeniche da tuffo olimpico sul divano e mandavano in tv una replica del programma del dj Bertallot. In sostanza raccontava di come, l’ennesimo jazzista (di cui ovviamente non ricordo il nome) caduto in miseria, avesse aperto un sito internet con annesso appello ai fan, per sostenere, mediante piccoli finanziamenti, la produzione del suo nuovo lp. Ottima cosa, ho pensato, ma da li, il nulla!

Qualche settimana dopo ricevo una telefonata da un’amica, che per una qualche strana ragione, con un entusiasmo forse un po’ fuori luogo, mi dedica quindici minuti parlandomi della sua fantasmagorica scorperta di queste piattaforme “crowdfunding”. Mi dice di pensare al mio (non meglio specificato) progetto, di farmi un giro sul web e farmene un’idea e, ciao!
Inutile dire che anche il quel caso per gli impegni legati alla tesi di laurea (che non accennava a vedere la luce) mi hanno allontanato un po’ dal capire meglio cosa volesse realmente dirmi. 

Non so se capita anche a voi ma, da qual momento, ovunque mi girassi, sentivo parlare di crowdfunding. Nemmeno una settimana fa, infatti, nella mia città hanno presentato un analogo progetto per il finanziamento di attività didattiche ed extradidattiche dedicate alle scuole italiane (@schoolraising)Orgoglio e profonda ammirazione, che si spera produca gli effetti sperati.

Meglio fare un po’ di chiarezza, mi son detta. Manca un’organizzazione puntuale delle informazioni che ho accumulato sull’argomento.

  • tecnicamente si tratta di finanziamenti della folla, che si attivano dal basso per accumulare somme per la messa in opera di attività di vario genere (socialmente utili, culturali, scopi umanitari, ricerche scientifiche, microimprenditoria), mediante web communities, social network e messaggistica virale.

Il punto di forza è rappresentato proprio dalla capacità di veicolare con viralità il messaggio, attraverso facebook, twitter, youtube (mediante la produzione a costo basso di spot) e simili.

  • si divide in reward based quando oltre alla sua realizzazione, il proponente offre una qualche forma di ricompensa al finanziatore
  • è, al contrario, donation based quando il tema di interesse è bastevole di per sé a legittimarne l’azione
  • social landing, rappresenta poi la possibilità di configuarare tali fondi come microprestiti
  • in ultimo gli equity based che consentano ai donatori di ottenere delle azioni e diventare dunque co-produttori, co-attori.

Si premia l’idea creativa, il progetto che altrimenti faticherebbe a vedere la luce. E’ uno di quegli aspetti della solidarietà collettiva che più apprezzo ma rischia di giustificare l’assenza di uno Stato nato a tal proposito.

Nasce per riempire i vuoti creati da un Welfare State ormai dinnanzi al suo imminente collasso. Dovuto non solo alla crisi, capro espiatorio per ogni male che stiamo vivendo, ma ad una situazione che fonda le sue origini già qualche decennio prima.

Laddove lo Stato sociale fallisce ri-entra in gioco quella collettività che l’interventismo dall’alto aveva soppiantato. E’ si un cambiamento di direzione, perchè rappresenta un processo decisionale bottom up, ma che tende a giustificare l’assenza di spese pubbliche laddove ce ne sarebbe più bisogno.
Il crowdfunding da’ l’opportunità al singolo o ad organizzazioni di portare avanti senza mediatori pubblici, un progetto, un’attività un idea creativa ecc; al contempo consente alla folla di collaborare individualmente a qualcosa in cui crede e volontariamente contribuisce alla sua realizzazione.
Un chiaro esempio di come la democrazia dovrebbe funzionare, in alternativa agli evidenti fallimenti di quelle politiche che avevano fatto la  ratio delle welfare state, dal dopoguerra in poi.

Esempi di proposte da poter finanziare possono essere:

  • la ricerca di fondi per la squadra di calcetto del piccolo paesino di montagna, che si allena da dieci anni dietro il comprensorio della chiesa, tra fango e cemento
  • l’acquisto di nuove edizioni per le biblioteche, sempre più vecchie (nota bene: non ho detto antiche)
  • il finanziamento per la piccola scuola teatrale che vuole portare in giro il suo spettacolo preparato con lacrime e sangue di attori (nonostante tutto) professionisti in un mondo di plastica insensibile
  • creazione di laboratori di attività ricreative per disabili
  • e ancora e ancora e ancora…

Pare essere dunque un’arma a doppio taglio: da un lato soggiace non solo alla necessità del “fare” e comporta partecipazione attiva e solidarietà ma dall’altro allontana sempre di più uno Stato che vediamo (erroneamente) essere altro da noi.

Una risorsa fondamentale o un’opportunità con riserva? Un punto di non ritorno o una forma di evoluzione della solidarietà?

Crediti foto

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