Il rapporto con i clienti non è mai semplice. Se poi c’è di mezzo la professionalità dei creativi è ancora più difficile

 

In agenzie di comunicazione come la nostra spesso accade che l’immagine che siamo costretti a costruire per alcuni di loro non corrisponda alla vision che s’è deciso di intraprendere. E questa finzione forzata può risultare più controproducente del previsto, perché si finisce con il lavorare e rapportarsi con l’altro in maniera innaturale e dunque tralasciando quelle particolarità che fanno di quell’agenzia il valore aggiunto rispetto ad altri del mestiere.

Immagine è identità

L’immagine non è ortodossia ma esternazione della propria specificità e originalità (fermo restando il rispetto del pudore). Fino a che punto l’etichetta può spingersi per inscatolare uno dei tanti modi che un’agenzia per “apparire professionale”?

I protagonisti della storia di oggi sono “il cliente tipo” e “un’agenzia di comunicazione integrata. Il racconto altro non è che il dispiegarsi della relazione di potere che tra i due si instaura, i compromessi e la reciproca conoscenza e fiducia.

  1. In uno scenario ideale l’agenzia si trova al suo cospetto un cliente che avendone richiesto l’intervento si fida delle competenze e ne riconosce istantaneamente e senza altre mediazione il valore, perché il suo bisogno ultimo è quello di promuovere la sua azienda e i suoi prodotti. Dunque non contratterà sul compenso e non si lascia andare a spiacevoli interventi del tipo: “Tanto che ci vuole? Mi fai questa locandina, urgente!Mi serve ci vogliono giusto un paio di minuti!“. Ecco, quel tipo di cliente che ti rende orgoglioso e fiero di ciò che fai, soprattutto quando i risultati sperati vengono raggiunti grazie ad un team che ha lavorato duramente per mettere in pratica i punti del piano di comunicazione pattuito.
    In questo scenario il team, composto da art director, grafici e copywriter, è un gruppo eclettico e all’apparenza non proprio elegante, in agenzia non vige un dress code e nonostante questa “falla” si lavora comunque con professionalità e diligenza. E questo al cliente non interessa perché ha bisogno solo di risultati. L’immagine del team e quindi dell’agenzia combacia esattamente con l’identità che traspare da ogni più piccola manifestazione dell’agenzia (sito web, blog, condivisioni sui social e via dicendo), non ha bisogno di mentire perché il rapporto di potere, qui è alla pari.

 

  1. Nella situazione diametralmente opposta invece, il cliente è quello che sembra che, nel chiamarti, ti stia facendo un favore; quello che è convinto che per “fare un sito web” ci vogliano solo 3 ore, che lavorare al computer significhi “cazzeggiare” su facebook, quello che pur pagandoti 10 euro in comode rate dilazionabili in un arco temporale di sei anni si permette il lusso di telefonarti il sabato sera per farti correggere un refuso sul blog, quello che pretende che il lavoro venga ultimato senza neanche aver firmato un preventivo, quello che vuole internazionalizzare senza voler pagare un traduttore esperto, quello che punta a migliorare il suo business attraverso il supporto dell’agenzia di comunicazione senza riconoscere e compensare il business della stessa.
    Con questa tipologia di cliente, il team sarà costretto a camminare con passo felpato, specificando ogni più piccola azione o pensiero del piano di marketing. Si tratta di un esame costante che non riveste solo le fattuali procedure da intraprendere ma anche l’immagine che i membri dello staff è meglio che assumano per convincere il cliente che si trova tra i suoi simili. Incravattati e rigidi figuri convinti dell’assioma universale: “è l’abito fa il monaco!“. Ed ecco che a questo punto si mettono in scena goffi tentativi di ingessamento entro schemi più convenzionali, pur avendo a che fare con la ricerca dell’originalità e della creatività che porti loro stessi al di fuori degli schemi per differenziarsi dalla concorrenza. (Paradossi all’ordine del giorno), con il risultato di apparire più tesi e scomposti del previsto.

 

Fingersi “altro” comporta, su questa scia, non solo un costo monetario per dotarsi di un guardaroba differenziabile ma un sacrificio morale per ingabbiarsi entro uno stile che non comunica affatto l’identità dell’agenzia di comunicazione e che, in certo qual modo, si pone proprio in contrasto. Significa occultare l’immagine, solo per piacere a chi già in partenza non riconosce il suo interlocutore come pari: un professionista! Servizi e competenze non bastano, questi clienti preferiscono un evidente raggiro che porta solo a procrastinare il momento del contrasto, perché prescindendo dalla giacca o dal tacco, in un modo o nell’altro, presto o tardi, mancheranno di rispetto e cercheranno di schiacciarti sotto il peso di mille pretese e nessun compenso.

Un’agenzia di comunicazione si dota di più figure professionali e non perché non per aiutare a passare i livelli dei videogiochi ma perché sono opportune più professionalità verticalizzate. (E ormai questo lo sappiamo). Prendiamo come esempio il copy (perché è quello che faccio io) e vediamo perché la mia professionalità è messa in discussione dagli stessi soggetti che pretendono i miei servizi e perché deve essere assoggettata alla logica dell’apparire professionale attraverso un abbigliamento tradizionale.

Il Copywriter in un’agenzia di comunicazione è elemento imprescindibile nelle fasi di ideazione, progettazione e produzione del “messaggio”. Da freelance o da impiegato porta a compimento, come tutti gli altri membri, la campagna pubblicitaria, il sito aziendale, l’ evento o il piano di marketing.

Attività, Abilità e Conoscenze del Copywriter

  1. Ascolto, analisi e traduzione delle richieste e dei bisogni anche non espressi del cliente all’interno di un piano contente caratteristiche, obiettivi, target e vincoli contrattati (risorse e tempo).
  2. Ideazione di un prototipo di campagna promozionale con più esempi di titolo, slogan, body copy, payoff e simili, aggiornando costantemente il cliente.
  3. Nell’implementazione dei lavori con l’Art director l’agenzia creerà un gruppo con altre necessarie professionalità (tipografi, fotografi, registi, illustratori…) coordinando il gruppo e monitorandone i lavori, lavorando come team all’insegna della collaborazione e della cooperazione.
  4. Conoscenza della lingua italiana (e straniere se richiesto), elementi di marketing e comunicazione, linguistica, psicologia della comunicazione, tecniche di comunicazione pubblicitaria, scrittura, impaginazione, stampa e di animazione multimediale.
  5. Attitudine alla creatività, intesa come ricerca di originalità, soluzione a problemi di lavoro con uno sguardo all’innovazione e l’altro al di fuori degli schemi.
  6. Orientamento al cliente, alle sue esigenze, adattandosi ove possibile ai suoi “punti di vista”, senza snaturarlo ma piuttosto guidarlo nella giusta direzione, per soppesare un servizio reso nella maniera più diligente possibile.
  7. Vivere l’errore (umano) quale occasione di apprendimento e miglioramento senza lasciarsi però trasportare dalla capacità “del perdono” del team o del cliente.

 

A sostegno della mia tesi riporto il Quadro Europeo per l’Apprendimento Permanente (EQF), qui il copywriter è inserito nel VI livello:

comporta la gestione di attività e progetti, tecnico-professionali complessi, assumendosi la responsabilità di decisioni in contesti di lavoro o di studio imprevedibili e si assume la responsabilità di gestire lo sviluppo professionale di persone e gruppi. Si dota di abilità avanzate, che dimostrano padronanza e innovazione necessarie stante questa complessità e imprevedibilità in ambiti altamente specializzati e di conoscenze avanzate che presuppongano una comprensione critica di teorie e principi
[Scarica Livello EQF]

 

Si tratta di un elenco poco esaustivo ma opportuno per introdurre una domanda finale: perché è opportuno che io mi travesta per farmi riconoscere in qualità di professionista? Perché “l’avvocato” non è tenuto a dettagliare i costi della sua parcella e un copywriter a fatica viene compensato per quel che merita. Non è l’abito a fare il monaco, è la reciproca fiducia e lealtà. Il rispetto degli altri e delle loro competenze.

Corollario: la giacca e il tacco li indosserò quando ne avrò voglia e quando le mie fatture non più saranno sindacate da avidi clienti che spontaneamente mi hanno chiamato per loro necessità.
Fonte Copywriter
Crediti Foto Copertina

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