Come è cambiata la comunicazione politica nel corso del tempo; un percorso tra ieri e oggi che segna un distacco con l’ars oratoria dei nostri padri.

 

Comunicare, comunicare e comunicare. Ma cosa? E soprattutto come? Questo è il cruccio con cui i politici affrontano la propria quotidianità.

Addentrarsi nel dedalo della comunicazione politica non è cosa semplice, neanche per gli addetti ai lavori; nulla è scontato o lasciato al caso, è un inestricabile piano di strategie, di analisi, di indagini e di programmi. Tutto ciò che appare ai nostri occhi è frutto di studio e di ricerca. La comunicazione politica (e il modo in cui viene posta in essere) è fondamentale: dare l’immagine giusta di sé aumenta i consensi e sancisce le vittorie.

Ma che fine ha fatto la tradizione retorica della politica?

Affinché la comunicazione possa essere efficace deve evolversi in conformità alla mutevolezza dei tempi e deve avere contezza della realtà circostante. Quindi, il bisogno degli elettori di rivedersi in una persona e non più in un’idea, il bisogno di sentirsi dire le cose con chiarezza e in maniera diretta e la tendenza a dare più valenza al contenitore piuttosto che al contenuto, condizionano il tipo di comunicazione; e così, l’eloquentia e l’ ars oratoria vengono scavalcate e soppiantate dagli slogan in stile pubblicitario e dai più attuali tweet di matrice renziana. Ai tempi di Moro, alla fine di un comizio, per apprendere appieno ogni sfumatura, vi era bisogno di un’attenta riflessione, di un processo esegetico effettuato da politologi ed esperti, come per il famoso ossimoro quasi filosofico delle “convergenze parallele”. Ora invece si richiede chiarezza e immediatezza.

comunicazione-politicaIl primo politico in Europa che si avvalse di un’agenzia pubblicitaria per la propria campagna elettorale fu Margaret Thatcher. Nel 1978 assunse l’agenzia Saatchi & Saatchi che la aiutò a vincere le elezioni del 79 prima e dell’87 poi. Celebre e indimenticabile fu il loro slogan “Labour isn’t working” geniale gioco di parole da intendere sia come “il lavoro non funziona” sia come “il partito laburista non sta lavorando”. Il tutto accompagnato da un’immagine forte: una fila interminabile di disoccupati davanti l’ufficio di collocamento, e così la campagna (più pubblicitaria che elettorale) fece breccia nel cuore dei sudditi  e permise alla Thatcher di diventare primo ministro con un ampio consenso. Furono sempre attenti, inoltre, a cavalcare l’onda generata dall’appellativo affibiatole da un giornalista sovietico “lady di ferro” curandone discorsi, aspetto e modi di fare.

Anche i politici di casa nostra sono molto attenti alla comunicazione, ma più che ai contenuti, all’immagine che da essa può scaturire e che viene poi inevitabilmente proiettata nella testa degli elettori;
e così, vediamo politici che, arrivati ai comizi, si tolgono giacca e cravatta per dare l’immagine di persone vicine ai propri elettori (o papabili tali) e ai loro bisogni e quindi più idonee a farsi carico degli interessi collettivi. Per lo stesso motivo, ci troviamo di fronte a politici che sfilano da presidente-operaio, presidente-pompiere, ferroviere, panettiere, frodatore fiscale e così via.

Nel 1993 politica e advertising probabilmente strinsero uno dei primi sodalizi in Italia: un anno prima della nascita del partito “Forza Italia” vennero affissi in molte città, dei cartelloni misteriosi, senza alcun riferimento, con una faccia paffutella di un bambino sorridente che lanciava un messaggio ottimistico “fozza itaia!”. Per i più maliziosi, questi cartelloni, alla luce della nascita del partito un anno dopo, rappresentavano il primo vagito di quello che sarebbe divenuto poi Forza Italia.

Infine, giungendo all’attualità, vi è lo spin doctor di Renzi: Filippo Sensi, un personaggio talmente avanti che conosce già il risultato della finale di Champions. Lui e i collaboratori di cui si avvale, fungono da filtro tra Palazzo Chigi e stampa; ogni servizio, informazione, foto o tweet sono accuratamente impacchettate e servite da Sensi & co ai media. Anche la decisione di apparire in una trasmissione piuttosto che in un’ altra, è frutto di una scelta oculata da parte di Sensi; e così, per annunciare il “bonus” sulle pensioni (anche la scelta della parola “bonus” è il risultato di un intento comunicativo, che equivale a chiamare i diritti acquisiti delle “gentili concessioni”) viene preferita la trasmissione Porta a Porta che rappresenta i giardinetti televisivi dei pensionati.

Alla luce di tutto questo possiamo già designare le mansioni basilari del perfetto spin doctor:

  1. Tempo e pazienza: è fondamentale programmare una strategia a lunga gittata; una programmazione paziente e ponderata che va dai 5 ai 10 anni
  2. Base della comunicazione: il suddetto programma strategico deve mirare a toccare i sentimenti delle persone e quindi a tal fine vi è bisogno di un’analisi finalizzata alla comprensione dei veri problemi
  3. Definire un target: non si potranno mai toccare i sentimenti di tutta la popolazione e quindi bisogna individuare dei target capaci di condizionare, che possono essere divisi per sesso o per fasce di età; ad esempio la Thatcher e Berlusconi prendevano come target di riferimento il mondo femminile (che e poi è quello che muove l’economia e i consensi)
  4. Soldi: Uno spin doctor bravo deve essere remunerato profumatamente; convenienza fa spesso rima con incompetenza (non solo da un punto di vista fonetico)
  5. Merchandising: aiuta a fidelizzare, a creare senso di appartenenza e a vendere meglio l’idea della persona
  6. Uso dei social e dei media: fondamentali nella comunicazione politica, ma vanno usati senza abusarne; stare sempre in tv o sui social potrebbe instillare l’idea nell’elettore che il politico in questione non abbia nient’altro da fare.

 

Fagocitiamo informazioni che derivano dalla comunicazione politica ogni giorno, per tutto il giorno, spesso senza neanche accorgercene. Se è rimasto qualche scettico, la mia domanda è per loro: siete sicuri che la comunicazione politica non sia così importante? Non serva a spostare i consensi? Siete ancora convinti che bastino solo i fatti?

Crediti foto di copertina

Martina Devenuto

Martina Devenuto

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.