Cos’è la comunicazione politica oggi? Un distacco con il passato evidente, nostalgia, repulsione per un sistema di informazione-comunicazione e promozione che non soddisfa la nostra domanda né la nostra ambizione di partecipazione politica?

 

Questa la riflessione di oggi. Questa la delusione in oggetto e la vergogna nei confronti di una politica che vorremmo diversa. Partiti dominati più da regole televisive che da strumenti di democrazia interna; personaggi politici più vicini alle star del cinema e del pallone che onorabili statisti ideologicamente diretti.

La comunicazione politica appare più un insolito mix di diplomazia ottocentesca e strategie di marketing in pieno stile anni ’90 e made in USA.

Ha sempre più a che vedere con il marketing due e tre e quattro punto zero. Si insinua nelle logiche pubblicitarie, miscelando troppo subdolamente l’obiettivo informativo con quello persuasivo. Appartiene al rapporto tra referente-messaggio-destinatario, ma il luogo è il sistema pubblico, la relazione invece, tra politica-media ed elettori. Un mondo di relazioni in perenne campagna elettorale. La comunicazione dominante è costruita, per la vuotezza dei suoi contenuti, sull’illusione e su dicotomici rapporti di più facile identificazione per un elettore-consumatore meno preparato e più annoiato: bello v/s brutto; buono v/s cattivo; crisi v/s ripresa e immigrato v/s italiota.

Come avviene nel marketing ogni strategia (latente o manifesta) è volta all’acquisizione di consenso, ossia la ricerca del giusto posizionamento, in questo contesto il consumatore/elettore deve farsi a sua volta veicolo del messaggio che è riuscito a interpretare, in questo modo la politica allarga le sue basi partecipative, sperando nel contagio. Un contagio che con gli strumenti del web ha fatto il gioco sporco di chi ne ha voluto svuotare le basi puramente cognitive lasciando a immagini e slogan lo spazio di azione e proattività del “militante”.

Politica. Politiche. Programmi. Persone. Processi e azioni. Non conta più nulla. L’influenzabilità dell’elettorato passa per altri canali e la comunicazione politica si fa altro da sé.

  1. I fatti sono riportati dai media come dei minestroni di informazioni più o meno veritiere che riflettono anche il grado infimo di preparazione dei nostri parlamentari.
  2. I salotti di discussione necessari per l’approfondimento, enunciano nei 5 minuti iniziali quello che nei successivi 115 sarà oggetto di conflitti a-senso tra soggetti nati per fare gli oppositori ad oltranza.
  3. Chi si occupa di politica oggi ha più a che vedere con le professionalità di comunicazione e marketing che di politica, economica, giurisprudenza et similia.

 

salvatore-bullotta
Salvatore Bullotta – Photo by alessandrotarantino.it

Ho voluto condividere con Salvatore Bullotta le mie riflessioni per tentare di capire se il mio approccio alla comunicazione politica è soggettiva o può incastrarsi con un comune sentire.

Classe ’84. Archivista storico, appassionato della storia del Mezzogiorno…precario come tanti e sapiente come pochi, si affaccia alla politica con “senso della necessità”  per dare voce ad un cambiamento necessario per sanare le troppe difficoltà che il nostro mondo sta subendo. Innegabile è la responsabilità che la nostra generazione ha nei confronti di questo indispensabile passaggio. Trasformazione che non può avere inizio che dalla realtà locale che viviamo.

La Calabria è un terreno entusiasmante in cui provare a cambiare le cose, impostando una logica guidata da onestà e uguaglianza di diritti. È un mondo che ha disperatamente bisogno di valori di sinistra e di realizzare politiche di sinistra e la Calabria più che altri contesti. Una sinistra moderna e non chiusa negli schemi ideologici del passato, ma certo neanche inconsapevole di sé stessa e delle sue origini.

Ho esordito chiedendogli a bruciapelo, cosa cambia nella comunicazione politica da D’Alema a Renzi. E non ha esitato. Si tratta di una comunicazione più diretta ma anche semplicistica. 

Si è sacrificato fin troppo il momento del ragionamento e dell’analisi. Si è buttato il bambino con l’acqua sporca e questo produce spaesamento. Prima annegavamo nel mare delle correnti di partito che nulla o quasi comunicavano a iscritti ed elettori, ma adesso stiamo rischiando di navigare senza bussola. Siamo in pieno sperimentalismo politico ma senza una meta precisa o troppo vaga, quindi non c’è più certezza di cosa sia la destra, cosa il centro, cosa la sinistra. A furia di combattere i populismi ci siamo quasi adeguati ad essi. I militanti e gli elettori di sinistra lo stanno vivendo sulla propria pelle. Riformare pur di riformare non ha sempre senso, bisogna pensare e progettare l’azione riformatrice, metabolizzarla. Non bisogna avere paura di confrontarsi. Ragionare e rivedere non vuol dire fermarsi. Vuol dire procedere con cautela e forse meglio. 

A che strategia comunicativa stanno puntando dunque e dove potrà mai portarli? 

La nostra società (…) si è assuefatta a raccogliere messaggi istantanei al di là di quello che possono lasciare. Alla fine si accumulano sedimenti di informazioni, battute, doppi sensi e luoghi comuni che creano una cultura popolare dedita solo al consumo, improntata a logiche di mercato, usa e getta. Penso che i partiti stiano rincorrendo questa tendenza suicida della società. Credo invece che i partiti debbano tornare ad educare i cittadini ad una pratica politica più approfondita e meno sfuggente. Il radicamento sul territorio dei partiti, dove sta la gente con i suoi problemi, deve tornare ad essere una condizione ineludibile della loro esistenza e le nuove tecnologie possono aiutare moltissimo i processi partecipativi, ma non sostituire completamente quelli tradizionali. L’identità di una comunità politica che si ritrova in un’assemblea, piccola o grande che sia, non può essere sostituita dalla comune appartenenza ad un gruppo social. Sono cose che devono convivere e non sostituirsi l’una all’altra.

Il web per entrambi è croce e delizia della nuova comunicazione, informazioni non filtrate (Eco Docet), connessioni globalizzate e incontrollate, spirali viziose di falsità, l’antidoto potrebbe risiedere nella ricerca di stimoli culturali e intellettuali crescenti per rendere gli antichi baluardi ideologici delle connessioni consapevoli e e responsabile della nuova comunicazione globalmente intesa. 

In questo passaggio è bene non dimenticare nulla per strada e recuperare vecchi vessilli che hanno fatto della nostra Repubblica un modello di democrazia:

Il confronto tra le persone e lo studio dei problemi e dei processi sociali, economici, politici e culturali in atto nel mondo. Sono pratiche che i partiti di quaranta anni fa utilizzavano e questi devono essere ripristinati, con l’ausilio dei nuovi mezzi. Oggi la velocità ci ha consegnato una superficialità di approccio alla politica, un qualunquismo dilagante che è pericoloso e comodo. Anzi è pericoloso quanto più è comodo. Dobbiamo tornare a ragionare, studiare e confrontarci non soltanto davanti al Pc al televisore ma di persona, nelle associazioni, nei circoli di partito, nelle piazze. È assurdo che in molte città l’unica aggregazione possibile sia quella dei centri commerciali, dove è veicolata solo la comunicazione del mercato. Le sedi della socialità sono altre. Quelle di un tempo vanno in qualche caso riscoperte e riaperte.

La comunicazione, quella d’agenzia, quella fatta di studio, analisi e piani di intervento a opera di professionisti, può servire per mostrare il miglior volto di un’amministrazione, senza scadere in “specchietti per le allodole” come nei più famosi regimi di propaganda?

Vengo da una famiglia di commercianti. Ho imparato che la pubblicità è l’anima del commercio. Una politica (e quindi un’amministrazione) che sia onesta e imperniata su valori marcatamente orientati al bene collettivo deve, sottolineo “deve”, diffondere il più possibile ciò che di buono si è programmato e realizzato. La propaganda è una maschera che il potere indossa quando vuole nascondere limitazioni della libertà in cambio di effimeri benefici, ma quando i “potenti” hanno le facce, oltre che le mani, pulite, la comunicazione pubblicitaria delle buone pratiche di governo è doverosa per accrescere la fiducia nella politica, per allargare la partecipazione a più cittadini consapevoli possibile. Dopotutto è questo il vero fine della democrazia. Che tutti concorrano a fare il bene di tutti. Libertà è partecipazione, o no?

La crescita culturale e intellettuale di una nazione si basa sulle decisioni che i suoi elettori prendono e sulle strade che decidono di seguire. La chiacchierata con Salvatore non solo ha prodotto stimoli per me più che salutari ma molto più approfonditi di quanto non abbia mostrato, qui a voi. Perché? Perché ho dovuto ancora una volta imbrigliare entro regole del web riflessioni profonde e precise come le sue? L’importante, per risolvere la questione spazio e tempo, è non cedere mai ai ricatti di una modernità che ci vuole disaffezionati, smorti e senza spinta ideologica. Che poi a piegare le regole della comunicazione politica ci pensiamo noi. 

Crediti foto di copertina

Crediti foto articolo

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.