Chi può negare che il successo della politica o delle politiche non passi per i social network?

Il social media ha aperto le porte, già da tempo, al dibattito politico, tanto da risultare lo spazio ormai preferito per il monitoraggio costante e l’analisi dei dati, durante le varie fasi di consultazione elettorale.
Ma è possibile rilevare una correlazione diretta tra elezione del candidato ed effettiva presenza attiva sui social network? Quali sono i rischi di venire allo scoperto?
Fino a che punto è opportuno “mettere in pubblica piazza” contenuti e informazioni senza vanificare gli effetti positivi che il web networking possiede, all’interno del processo di formazione del consenso e della rappresentanza politica.

Non è un caso che durante le ormai non più recenti consultazioni elettorali (politiche e amministrative) facebook e twitter siano stati i veicoli informativi più consultati per monitorare i dati e le preferenze elettorali.

[Tweet “La politica è partecipazione. I social network sono condivisione.”]

Tra l’estate del 2011 e quella del 2012, l’utilizzo dei social ha per lo più contribuito a rendere più familiare ai candidati l’utilizzo delle reti virtuali. Non si è registrato infatti, una rilevante correlazione diretta tra l’elezione degli aspiranti sindaci con la presenza attiva su facebook o twitter. Ma è bene sottolineare che, nel caso delle grandi città come Milano, Bologna, Napoli e Torino, l’intero dibattito politico (sui temi d’interesse e sulle preferenze stesse dei potenziali elettori) ha spostato l’attenzione sul web. (aicop.it)
Certo è che il messaggio è stato colto e metabolizzato, infatti nel periodo immediatamente successivo alle elezioni, è aumentato il numero di profili pubblici di sindaci e amministrazioni.
Allo stato attuale ad esempio, Luigi De Magistris (idv), per quel che riguarda Napoli, con due siti e quattro social network, è uno dei più attivi da questo punto di vista, sfrutta le community per dialogare costantemente con i propri cittadini (conta circa 30mila commenti al mese e il più delle volte risponde direttamente ai followers). È il terzo in classifica per l’utilizzo di twitter e quarto su facebook, dopo Beppe Grillo, Nichi Vendola e Silvio Berlusconi.

A Parma quello più attivo è il consigliere Massimo Iotti (pd), preceduto solo dal sindaco Pizzarotti (m5s). Secondo fanpage.it dopo le elezioni amministrative 2012, il sindaco più attivo è risultato essere quello di Palermo, Leoluca Orlando, il “più amato sui social media”. Nella stessa lista compaiono i rappresentanti del dibattito prevalentemente dicotomico catanzarese (con estrema sorpresa) si nota che nonostante il gap generazionale tra i due, Sergio Abramo (pdl) pur avendo meno follower di Salvatore Scalzo (pd) gode di maggiore visibilità e dinamismo su twitter e facebook. (Presenza che forse gli sarà valsa la vittoria? )
Ciò nonostante, tale dinamismo, si è concentrato prevalentemente durante la fase di campagna elettorale, evidenziando allo stato attuale, degli account privi di interattività tra utenti (che pure continuano a condividere contenuti). Non vi è dibattito, né esposizione diretta, se non a mezzo di comunicati preparati ad hoc dai rispettivi staff.

Le “tribune virtuali” che hanno ormai preso corpo sui social suppliscono ai deficit dei media tradizionali, si dotano di un volto familiare anche ai più giovani, si scrollano di dosso una faziosità tipica del grigiume della stampa classica e inoltre rappresenta quel valore aggiunto di “democrazia diretta” fino ad ora solo auspicata e celata da una rappresentanza ingessata.
E anche se per gli elettori più tradizionalisti, i social si macchiano della colpa di svilire l’immagine di una politica fatti di comizi in piazza, assemblee, convocazioni e simili, creano importanti ponti di comunicazione tra le politica e i suoi rappresentanti. Si dotano, candidati e staff, di un vero e proprio volto e di uno sportello virtuale con cui discutere, approfondire e commentare.
In altre parole si comunica bidirezionalmente, con la speranza di poter davvero “giocare con i famosi bottoni”.

“Il successo in politica dipende (quindi) dai social network”, può non essere un’affermazione totalmente vera, ad esempio perché in alcuni casi anche con una presenza massiccia sui social non si è giunti ad un riscontro con il dato elettorale. Come nel caso di Alemanno che nelle consultazioni 2013, pur possedendo maggiore visibilità, non è stato riconfermato (cybion).
Altrimenti detto una presenza fine a se stessa non basta, come nel caso del M5S che pur essendo quello più informatizzato possiede delle relazioni unidirezionali e autoreferenziali, solo nei confronti dei propri militanti.

Il social rende il dibattito e l’agenda politica di un partito o di un candidato di certo più partecipato, organizza i sostenitori e potenziali elettori, inquadra i sentimenti contrastanti e ne consente il problem solving quasi immediato.
È opportuno ad ogni modo fare affidamento ad esperti e ad uno staff organizzato che gestisca SMM. Di questo ne è fortemente consapevole il sindaco di New York, Bloomberg, che ha dichiarato che twitter non è altro che una “piazza incontrollabile e rumorosa”.
Mettere in piazza “tutto” quello che c’è da sapere fa paura perché in ogni caso crea dissenso (oltre che consenso) e Obama, ha si insegnato ad affidarsi ai cinguettii per fare breccia sull’attenzione pubblica, ma no ha spiegato come difendersi dagli attacchi nell’arena politica.
I segreti delle strategie dei social media riguardano chi di competenza, non ci si può improvvisare esperti, ma è bene tenerlo in considerazione, per non nuocere alla propria reputazione (politica e non).

Crediti foto: Mark Doda

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